Il Blog di Pasquale Marinelli

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taglio.jpg

Da mercoledì 8 maggio, il tasso di interesse in base al quale gli euro freschi di stampa vengono prestati dalla BCE al sistema bancario, è stato ulteriormente ridotto, passando dallo 0,75% allo 0,50%. Ciò significa che oggi, per le banche, comprare euro dalla banca centrale europea è più a buon mercato e ciò dovrebbe riflettersi sul costo dei prestiti bancari alle famiglie e alle imprese, il quale si dovrebbe ridurre di conseguenza. Almeno così è come ce la raccontano. Ma starebbero davvero così le cose? Secondo me, no!

Questa mossa era prevedibile; era solo una questione di quando ciò potesse accadere. D’altronde, l'attuale governatore della BCE ha dimostrato di saper fare solo questo: svalutare l'euro e "regalare" denaro alle banche. Ricordiamoci che egli, non appena fu nominato governatore della BCE, la prima cosa che dispose fu proprio una riduzione del tasso di interesse, dall'1% allo 0,75%. Inoltre, sin dalla sua nascita, l'euro non ha fatto altro che svalutarsi. Ovviamente, nulla a che vedere con la svalutazione ben più incisiva made in USA, Japan e UK (per fortuna, direi!).

Se ci si ferma alle parole del governatore della BCE si concluderebbe che l'intenzione sarebbe proprio quella di stimolare le banche affinché esse inizino a prestare i denari a famiglie e a imprese, in modo tale che la nuova moneta emessa venga riversata nell'economia la quale, secondo un assurdo pensiero, avrebbe bisogno di più moneta per riprendersi.

Io mi chiedo, se la riduzione di 0,25 punti percentuali effettuato all'inizio del mandato dell’attuale governatore non ha sortito alcun effetto significativo per la ripresa economica, perché un ulteriore taglio dello 0,25% dovrebbe fare la differenza ora, considerato che stiamo peggio di prima?

Molto probabilmente, le ragioni di questo taglio del tasso di interesse sono ben altre.

Dovete sapere che il tasso di interesse sul conto corrente che ogni banca europea ha presso la BCE, attualmente, è pari allo 0%. Cioè, avere un conto corrente presso la BCE, per le banche non costa nulla. Alla luce di ciò, si potrebbe concludere che se è vero che per le banche, comprare euro, da adesso sarà meno oneroso (buon per loro), è altrettanto vero che a queste ultime converrebbe di più che quei soldi acquisiti al nuovo e minor tasso dello 0,50% di interesse, stiano comodamente depositati presso la banca centrale (dove non costa nulla), anziché assumersi il rischio di prestarli ad imprese potenzialmente inadempienti, le quali navigano in un'economia profondamente incerta, come quella europea.

Di fatto, la convenienza per le banche a lasciare parcheggiati i soldi presso la BCE annulla gli effetti che il governatore vorrebbe che si verfichino sull'economia reale, a seguito di questo taglio del tasso di interesse. Con una simile contraddizione, come non si può pensare che il taglio del tasso di interesse sia un’operazione nuovamente a favore del sistema bancario e non dell’economia reale?

Analizziamo meglio la situazione. Il flusso dei capitali provenienti dall’estero ha ripreso a scorrere dall’America e dal Giappone verso l’Europa, a causa delle politiche di svalutazione che questi due paesi stanno adottando massicciamente, inducendo gli investitori a difendere il valore dei propri capitali, portandoli lì dove è più conveniente. Questa è la motivazione per cui i rendimenti dei titoli di stato europei continuano a restare molto bassi.

Detto questo, non dimentichiamoci che le banche europee si sono riempite di titoli di stato europei (soprattutto a seguito delle politiche di LTRO) e che, per esse, questi titoli rappresentano l’investimento più appetibile  rispetto a quello ottenuto in alternativa, cioè lasciando parcheggiati i propri denari presso la BCE (che ricordo essere nullo). Mentre di prestarli all’economia reale, non se ne parla per niente (troppo rischioso); lo abbiamo detto prima.

Ora che dagli USA e dal Giappone, gli investitori stanno acquistando titoli di stato europei, i prezzi di questi ultimi stanno salendo, ma il loro rendimento sta calando sempre di più. Quindi:

- le banche europee, le quali hanno fatto indigestione di titoli di stato, detengono in pancia titoli che sul mercato rendono meno rispetto a quanto rendevano all’epoca del loro acquisto;

- le banche europee potrebbero iniziare a non ritenere più conveniente continuare ad usare i denari della BCE per acquistare titoli di stato, i quali rendono sempre di meno;

- di conseguenza, c’è il rischio che le stesse banche, per limitare le future perdite sui titoli di stato che la BCE ha fatto loro acquistare, inizino a rivenderli, innescando nuovamente il problema dei debiti sovrani, il quale non è stato per nulla risolto, da nessun paese europeo.

Ecco quindi trovata una ragione ben più plausibile circa il taglio dello 0,25% del tasso di interesse. Ovvero, la BCE ha voluto rendere meno oneroso l’approvvigionamento di euro delle banche, per  salvaguardare ancora la convenienza, per queste ultime, di continuare a comprare titoli di stato europei, evitando il rischio che esse vendano i titoli di debito sovrano in loro posseso, per rimetterli nuovamente nelle mani degli stranieri.

L'economia reale deve restare ancora al palo. Tutto questo per il bene delle tasche dei banchieri e dei politici. Cosa vi credevate?

Altro che aiuto all’economia reale! Qui si continua ad aiutare solo le banche ormai fallite e i governi ostinatamente spreconi.


Postato il 15/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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(leggi Parte 1 di 3) - (leggi Parte 2 di 3)

Terza e ultima parte di Discussioni di Economia dedicato all’economia giapponese. Nella seconda parte ho analizzato il rapporto fra emissione monetaria e PIL e sfatato il mito secondo cui la deflazione sarebbe una minaccia per l'economia. Con questo post conclusivo, parlerò della pericolosa scommessa della banca centrale giapponese la quale ritiene di rilanciare l’economia del Giappone a suon di inflazione.

Quasi il 25% delle entrate fiscali dello stato giapponese è assorbito dal suo elefantiaco debito pubblico, per il pagamento dei relativi interessi (pensate solo che, per l'Italia la percentuale è di solo - si fa per dire - il 10%).

Secondo il recente annuncio della banca centrale del Giappone, il suo obiettivo sarà quello di aumentare l'inflazione al 2%. Tradotto significa voler raddoppiare l'attuale emissione monetaria e svalutare lo Yen, entrando così nella guerra valutaria, attualmente in corso fra USA, Regno Unito e Cina.

Come ho ampiamente detto più sopra, riprendere ad aumentare le banconote in circolazione significa rompere con la precedente e ideale situazione di stabilità dei prezzi, inflazionandoli allorquando quelle banconote in più tracimeranno nell'economia reale, attraverso massicce erogazioni di finanziamenti pubblici e mutui agevolati.

Il punto è anche un altro. Le nuove banconote emessa verrebbe ro principalmente cedute dalla banca centrale allo stato nipponico, in cambio di titoli di debito pubblico. Ciò stimolerà il debito pubblico giapponese ad incrementarsi ulteriormente e la previsione del raggiungimento, a fine anno 2013, della quota 250% del rapporto debito pubblico/PIL, diventa veramente realistica.

A questo punto, facciamo un semplice conticino. Gli esperti ritengono che, una volta che il costo del debito pubblico inizierà ad aggiustarsi ai tassi di interesse aumentati, gli interessi sul nuovo debito pubblico potrebbero giungere al 2,5%. Moltiplicando questa percentuale per quella dell'ipotetico debito/PIL previsto, ossia 250%, si ottiene 625 (in termini percentuali 6,25%). Ciò significa che per sostenere il debito pubblico in aumento, nei prossimi anni il PIL nominale del Giappone dovrà crescere del 6,25% l'anno, altrimenti il debito pubblico inizierà a fagocitare i redditi dei giapponesi. Obiettivo abbastanza arduo dato il trend discendente del tasso di crescita del PIL giapponese (vedi grafico n. 7)!

Guardate il grafico seguente. Esso descrive la curva dei prestiti delle banche al settore privato:

prestiti.JPG

Grafico n. 10. Prestiti al settore privato giapponese, dal 1990 al 2013 (Fonte: Bank of Japan)

Per più di un decennio, i prestiti ai privati sono diminuiti drasticamente, al fine di contenere i disastri provocati negli anni 80; gli anni dal credito facile e dagli investimenti mal allocati. Di conseguenza, c'è stata poca possibilità di investimento in attività innovative. Tali possibilità si sono ulteriormente ridotte anche a causa di un altro dato di fatto, molto più importante: la popolazione nipponica è preoccupantemente invecchiata e questa non è più propensa al risparmio così come lo era una volta. Guardate qui:

risparmio.JPG

Grafico n. 11. Tasso di risparmio del Giappone, dal 1970 al 2013 (Fonte: OECD)

Ciò ha causato:

-          sempre meno investimenti nei settori innovativi; facendo diminuire la qualità del Made in Japan rispetto alle economie emergenti che sono in forte crescita;

-          saldi negativi della bilancia commerciale, a partire dal 2010 (vedi grafico n. 5);

-          mancati rinnovi del debito pubblico, il quale viene ripagato ai relativi risparmiatori che ne fanno richiesta.

Ecco perché banchieri e politici giapponesi hanno pensato di percorrere la via più semplice per evitare l'irreparabile: aumentare l'offerta monetaria per poi far crescere il PIL nominale. Così il PIL crescerà come desiderato (artificialmente), ma non l'economia reale, la quale rimarrà al palo così come ho spiegato nella seconda parte del post.

A seguito della politica di incremento dei prezzi dei beni, decisa dalla banca centrale giapponese, gli effetti illusori di una crescita economica si manifesteranno in termini di un accrescimento della domanda di beni e servizi, dei consumi, della ripresa degli investimenti e di un'espansione delle esportazioni; il tutto, grazie ad una massiccia svalutazione della valuta giapponese. Ma questo avverrà solo temporaneamente e nel breve termine. Negli anni '80 i giapponesi pensarono di risolvere la crisi energetica proprio in questa maniera. Ma noi abbiamo visto, nella prima parte del post, i danni riportati da simili condotte (da ciò è evidente che i politici e i banchieri giapponesi non hanno ancora capito bene quella lezione).

I giapponesi vogliono combattere una deflazione che non c'è (leggi la seconda parte), che se anche ci fosse, sarebbe un connotato più che positivo anziché una minaccia, perché in un libero mercato, il crescente potere d'acquisto della valuta, ovvero il calo dei prezzi di beni e servizi, è il meccanismo che rende accessibile a molte persone una grande varietà di prodotti, aumentando così il benessere di sempre più consumatori.

Sostenere al rialzo il livello dei prezzi impedisce la diffusione di uno standard di vita più elevato. Questo è ciò che politici e banchieri hanno deciso per i cittadini giapponesi. Essi pomperanno nuova banconote e, a beneficiarne saranno le imprese emergenti grazie alla politica monetaria espansiva, mentre a risentirne saranno le imprese che fino ad allora hanno generato veramente ricchezza.

I beni consumati dai generatori di ricchezza non sono mai sprecati, perché finanziati dalla loro produzione. I consumatori di ricchezza, ossia coloro che ricevono ricchezza grazie ad un prestito agevolato, a prescindere dalla sua solvibilità, o ad un sussidio di stato, a prescindere dalla bontà della sua iniziativa,essi consumano e basta, senza la benché minima garanzia di produrre qualcosa di veramente utile in cambio.

Tutto va per il meglio finché c'è lo stimolo della banca centrale che emette banconte a profusione nell'economia. Ma quando essa interrompe il flusso di espansione monetaria, il trasferimento della ricchezza, dai produttori ai consumatori di essa, si interrompe. E' da allora che iniziano i guai economici causati dalla politica espansiva della banca centrale. La domanda si indebolisce, poiché i consumatori di ricchezza, non percependone altra e non essendo in grado di prodursela, riduce i consumi ed esercita una pressione sui prezzi al ribasso. Così la bolla si sgonfia e svela quanto la domanda stimolata nel periodo di espansione monetaria non fosse mai stata reale, cioè che essa non è mai stata finanziata da una effettiva ricchezza risparmiata, ma solo da pezzi di carta emessi in più rispetto alla reale crescita economica. Un po’ come accade a qualche sportivo il quale, anziché allenandosi, per aumentare le proprie capacità usa sostanze dopanti, con conseguenze certamente dannose per il proprio organismo, il quale resta comunque non allenato (e quindi troppo fragile) per sopportare la fatica che certi sforzi, quella sostanza, gli permette di compiere, anche se solo temporaneamente (finché l’effetto farmacologico non si esaurisce e si torna ad essere gli “incapaci” di prima).

Il ritiro della politica monetaria espansiva, permette ai generatori di ricchezza (imprese e risparmiatori) di arrestare le perdite subite durante il periodo di boom, i prezzi calano riflettendo così l'arresto dell'impoverimento dei generatori di ricchezza, i quali possono riprendere a soddisfare i reali bisogni dei consumatori, a prezzi sempre più accessibili per tutti.

La banca centrale del Giappone, annunciando di stimolare i prezzi dell'economia al rialzo, non risolverà il vero problema, ossia il grosso debito pubblico del paese, che sta condizionando l'economia giapponese a compiere sforzi e sacrifici anti economici. La politica decisa dalla banca centrale forse riuscirà a rialzare i prezzi dei beni e servizi, ma lo farà solo artificialmente (come lo farebbe una sostanza dopante nei confronti dello sportivo), ma ciò non rilancerà l'economia perché la nuova ricchezza sarà creata dal nulla, senza una corrispondente esistenza reale.

Solo la ricchezza reale (costituita dai risparmi reali e dai beni capitali efficienti) può finanziare nuove attività economiche generatrici di benessere (per approfondire il concetto, leggi questa favola).

 

 


Postato il 07/05/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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(leggi Parte 1 di 3) - (leggi Parte 3 di 3)

Questa è la seconda parte del post di Discussioni di Economia (DdE) dedicata all'economia giapponese. Nella prima parte del post ho raccontato un po' di storia economica del Giappone e ho illustrato le condizioni di sostenibilità del debito pubblico giapponese, le quali stanno venendo sempre meno. In questa seconda parte del post invece, analizzo il rapporto fra emissione monetaria e PIL. Inoltre proverò a sfatare il mito secondo cui la deflazione sarebbe una minaccia per l'economia.

A partire dal 1996, il Giappone non ha registrato alcuna diminuzione significativa dei prezzi (vedi il grafico sotto). Fra alti e bassi, possiamo dire che l'andamento di essi è stato pressoché piatto. Quindi, non esiste alcuna deflazione dei prezzi in Giappone. Esiste, invece, un invidiabile decennio di stabilità dei prezzi dei beni e servizi scambiati nella sua economia.

Grafico n. 6. L'inflazione giapponese dal 1968 al 2013 (Fonte: Ministry of Internal Affairs & Communications)

Questa dell'assenza di deflazione è una situazione fortemente auspicabile rispetto ad una circostanza opposta, in cui si registri un incremento generalizzato dei prezzi di mercato. Infatti i giapponesi, per oltre un decennio, non hanno sofferto cambiamenti significativi dei prezzi di mercato, perciò essi sono riusciti a difendere e a mantenere inalterato il potere d'acquisto dei soldi guadagnati col proprio lavoro. Questo è un positivo effetto economico che si ottiene quando non si inonda l'economia di ulteriori banconote, a fronte di una meno crescente produzione di beni e servizi. Ovvero, l'esatto contrario di ciò che la banca centrale del Giappone ha deciso di fare.

Però, è opinione diffusa quella di ritenere che il Giappone verserebbe in uno stato drammatico di stagnazione economica, per colpa della politica di restrizione monetaria, la quale avrebbe reso lo Yen sopravvalutato e, quindi, la causa della decrescita dello strategico export giapponese.

In primis, lo Yen si è rivalutato rispetto ad anni orsono, solo perché, ad essersi svalutate, sono state le altre valute mondiali (il dollaro innanzitutto).

In secundis, l'export giapponese sta venendo meno, non perché lo Yen non sarebbe più competitivo a livello internazionale, ma perché il Giappone non possiede più i capitali sufficienti per finanziare nuove e più innovative imprese, come invece riescono a fare i paesi emergenti quali Cina e India. Ciò perché l'enorme debito pubblico, costituito dai bond di stato acquistati a vagonate negli anni 80 dalla banca centrale del Giappone, sta attualmente sottraendo i risparmi dei cittadini dagli investimenti, assorbendoli in un buco nero grande quanto il 224% del PIL nazionale.

I guru dell'economia mondiale dicono che il Giappone deve preoccuparsi della sua bassa crescita economica, osservabile dal seguente grafico, che illustra il tasso di incremento del PIL nazionale e il quale, effettivamente, cresce sempre di meno:

Grafico n. 7. Tasso di crescita del PIL giapponese, dal 1970 al 2013 (Fonte: OECD)

Alla luce di ciò, bisogna chiarirsi su un paio di cose. Innanzitutto, si ha crescita economica allorquando sia riscontrabile un miglioramento dello stato di benessere, quando i beni e i servizi necessari alla soddisfazione dei bisogni siano sia più abbondanti e qualitativamente più efficaci rispetto ad un momento precedente, sia più accessibili a fronte di meno ore di lavoro necessarie per potersi permettere il loro acquisto.

Inoltre, è necessario essere consapevoli anche del fatto che il dato del PIL nominale, in sé per sé, non calcola la variazione di produzione fisica di nuovi beni e servizi, bensì esso calcola solo ed esclusivamente la quantità di denaro speso per l'acquisto di beni e servizi, in una certa nazione.

Di conseguenza, dedurre la crescita economica di un paese osservando l'andamento del PIL nominale è assurdo. Infatti se, ad esempio, rispetto all'anno scorso, i beni e i servizi di un paese oggi costano di più, il valore del PIL risulterà ovviamente maggiore quest'anno rispetto all'anno prima. Ma ciò non significa che sia aumentata la produzione, l'efficienza o la capacità di soddisfare la domanda da parte dei beni e servizi prodotti in quel dato paese e, quindi, che sia aumentato il benessere. Significa solamente che quest'anno la vita è costata di più e che bisogna lavorare di più per ottenere i beni di cui si necessita. Altro che benessere! Vi spiego perché.

Se rispetto all'anno prima, il PIL nominale è aumentato, significa che quasi tutti i beni e i servizi di un paese sono stati acquistati a prezzi più alti. Ma da che mondo è mondo, non è possibile attribuire la causa di ciò ad un incremento simultaneo della domanda, la quale si registrerebbe, contemporaneamete, in quasi tutti i settori dell'economia. Nella realtà non accade che la domanda di tutti i beni aumenti all'improvviso. Quindi non si può dedurre che le persone acquisterebbero di più e che quindi l'economia giri di più. Pensate che, in assenza di politiche monetarie che interferiscano con l'economia, il PIL nominale rimarrebbe pressocché stabile fra un periodo e l'altro. E se esso aumentasse, non potremmo dire che ciò sia accaduto in seguito ad un incremento generalizzato della domanda di tutti i beni e i servizi prodotti in un certo paese. Perché, lo ripeto, non succede questo nella realtà. Potrebbe essere mai possibile che ogni individuo, di un certo paese, in momenti non distanti fra loro, aumenti contemporaneamente la domanda di tutti i beni e i servizi offerti nell'economia, senza rinunciare a qualcuno di essi a favore di qualcos'altro? E' impossibile!

Facciamo un esempio. Immaginiamo un'economia in cui si commerciano solo 4 beni: 10 unità di caffè, 10 di thè, 10 di sigarette e 10 di sigarette elettroniche; tutti beni questi che costano solo un euro ciascuno. L'anno scorso sono state acquistate tutte le 10 unità di caffè, zero di thè, tutte le 10 unità di sigarette e zero di sigarette elettroniche. Il PIL, dunque, è stato di euro 20. Quest'anno la produzione non è aumentata; è esattamente come l'anno scorso ma, rispetto ad allora, 3 consumatori hanno sostituito il caffè con il thè mentre altri 3 hanno sostituito le sigarette con quelle elettroniche. I prezzi non sono variati e, nonostante siano cambiate le abitudini di consumo, anche quest'anno il PIL è rimasto a quota 20 euro e il tasso di crescita è stato pari a zero. Ma ciò non significa che l'economia sia in difficoltà: sono solo cambiate le abitudini dei consumatori, i quali chiedono al mercato nuove soluzioni per il loro benessere.

In questo esempio, il PIL sarebbe potuto aumentare se la produzione generale dei beni prodotti fosse cresciuta assieme agli acquisti. In tal caso avremmo anche potuto dedurre un'effettiva crescita dell'economia.

Ma un altro caso in cui il PIL sarebbe potuto aumentare, sarebbe stato quello di far incrementare, contemporaneamente, i prezzi di tutti i beni prodotti (e non solo quelli di alcuni). Nel nostro esempio, solo i prezzi del thè e delle sigarette elettroniche sarebbero potuti aumentare spontaneamente, mentre quelli degli altri due beni sarebbero potuti solo diminuire (compensando la variazione al rialzo dei primi due beni). Questa è la dimostrazione del fatto che la domanda non può mai aumentare per tutti i beni e i servizi contemporaneamente. A meno ché, non si emettano nuove banconote nell'economia, provocando un'inflazione dei prezzi. In quest'ultimo caso, registreremmo sì un aumento generalizzato dei prezzi, e quindi un incremento del PIL. Ma sarebbe solo artificioso; non sarebbe aumentato il benessere, perché sarebbe aumentato il costo della vita, i beni prodotti sarebbero stati sempre gli stessi e, i beni che prima erano accessibili a molti, non lo sarebbero stati più.

Quindi, i prezzi di un'economia aumentano tutti (o quasi tutti) simultaneamente e in tempi vicinissimi fra loro, non per cause naturali e spontanee, bensì solo se ci sia stato un incremento delle banconote in circolazione. In questo senso, le variazioni del PIL nominale ne sono semplicemente un riflesso e, per queste ragioni, il PIL è una statistica che non può dimostrare un'effettiva crescita economica, ma può solo fornire indicazioni sulla variazione della quantità di banconote in circolazione: se il PIL nominale aumenta, è aumentata la valuta in circolazione, se il PIL nominale diminuisce, è diminuita la valuta in circolazione, se il PIL nominale è stazionario, tutto procede nella normalità e nessuna forza esterna distorce l'andamento dell'economia.

Pertanto, ciò che non si vuol far capire è che, fintanto che l'economia giapponese sia riuscita a non far annegare i mercati di banconote emesse in eccesso,:

-          i prezzi sono rimasti bassi e stabili (vedi sopra, il grafico n. 6) e che il potere d'acquisto interno dello Yen è cresciuto a favore dei cittadini consumatori;

-          correggiendo il PIL nominale dagli effetti dell'inflazione, si nota che il prodotto interno lordo procapite annuale è realmente e costantemente aumentato negli ultimi anni (vedi il seguente grafico n. 8). Ma come è possibile ciò se abbiamo visto che il tasso di crescita del PIL decresce? E' semplice! La diminuzione del tasso di crescita del PIL mostrato nel grafico n. 7, non rappresenta la contrazione della crescita economica, ma indica la contrazione della crescita monetaria;

-          che la disoccupazione è tendenzialmente in diminuzione nell'ultimo decennio (vedi il seguente grafico n. 9);

-          che purtroppo i risparmi sono prevalentemente assorbiti dal costo del debito pubblico, anziché dalle imprese bisognose di ulteriori investimenti per migliorare la loro offerta;

-          che i risparmi non sono stati completamente distrutti, così come lo sarebbero stati, laddove si fosse aumentata spropositatamente la massa monetaria in circolazione, facendo così diminuire il potere d'acquisto della valuta in cui i risparmi sono espressi.

Grafico n. 8. PIL procapite giapponese a parità di potere d'acquisto, dal 1980 al 2013 (Fonte: World Bank)

Grafico n. 9. Tasso di disoccupazione giapponese, dal 2000 al 2013 (Fonte: Ministry of Internal Affairs & Communications)

Ora dovrebbe essere più chiaro a voi lettori, che (contrariamente a quello che ci insegnano) la stabilità dei prezzi aiuta l'economia a crescere. Essa non è nemica dell'economia, perché protegge il potere d'acquisto dei consumatori e non altera artificialmente le loro possibilità di risparmio. Non solo! Un calo dei prezzi (la cosiddetta deflazione) aiuta l'economia a crescere più velocemente, perché aumenta le possibilità di risparmio dei privati, oltre che al loro benessere. Tali maggiori risparmi poi, si rendono utili investendoli in maggiori e più efficienti beni capitali, i quali andrebbero a migliorare la produzione e l'offerta di beni e servizi ai cittadini. Ovviamente, sempre che le nuove ricchezze generate non siano aspirate da un debito pubblico del 224% del PIL, il quale ostacoli questo processo di miglioramento.

Prendete ad esempio il caso del settore della tecnologia; continuamente in evoluzione. Prodotti altamente tecnologici (PC, tablet, cellulari, televisori, ecc.), appena usciti sul mercato, sono accessibili solo per le tasche di pochi e facoltosi consumatori. Ma col passare del tempo, la natura vuole che sempre più persone riescono ad acquistarli a prezzi sempre più bassi (vuoi per la forte concorrenza presente nel settore, vuoi per il sorgere di una crescente richiesta, vuoi per l'accentuata capacità innovativa delle imprese che vi operano, vuoi per la bassa interferenza fiscale presente in questo settore). In un mercato come questo, dove i prezzi sono sempre in calo, non mi risulta che le imprese del settore stiano subendo perdite di profitto (anzi, quello tecnologico è il settore che non ha subito flessioni nonostante la crisi globale), come anche non mi risulta che, a causa della deflazione dei prezzi dei beni venduti, il settore non sia innovativo e non proponga continuamente nuove, divertenti e utilissime diavolerie tecnologiche, che migliorano il nostro benessere!

Di conseguenza, che cosa ci trovate di male in un processo di deflazione? Niente, se voi siete consumatori, produttori e lavoratori. Ma se siete banchieri o politici, ci si arriva benissimo (anche se costa molto tempo e studio) a capire quanto un processo deflazionistico disturbi i vostri progetti per arricchirvi (alle spalle di chi lavora) e per il consolidamento del vostro potere sui cittadini (magari di questo ne parlerò in modo più approfondito in un prossimo post, o in sede di commento).

Bisogna essere consapevoli del fatto che, un'emissione di banconote maggiore rispetto alla crescita della domanda di beni e servizi, crea più risparmi di quanto ne esistano realmente, distorcendo così la struttura degli investimenti, i quali si spingono oltre le reali possibilità di sostenimento della popolazione. Di conseguenza, si ha un sganciamento fra l'entità dei nuovi investimenti e i reali risparmi (che sono ben minori rispetto a quelli generati artificialmente dalle nuove banconote in circolazione).

Quindi, solo i risparmi reali riflettono l'effettiva sostenibilità dei nuovi investimenti di un certo paese, mentre le banconote di nuova emissione tendono solo ad illudere che ci sia più ricchezza da investire, quando in realtà essa non è mai stata prodotta. E quest'ultima, non essendo realmente presente, non permetterà ai consumatori di smaltire gli eccessi prodotti da investimenti che, solo dopo, risulteranno essere male allocati, perché magari inutili e non convenienti per le più esigue disponibilità delle tasche dei consumatori. (continua a leggere Parte 3 di 3)

Termina qui la seconda parte del post. Nella terza ed ultima parte, alla luce di quanto esposto fino ad ora, esprimerò le mie considerazioni conclusive circa la decisione della banca centrale del Giappone di innalzare il livello di inflazione dell'economia e quindi di svalutare lo Yen.

 


Postato il 26/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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In questo nuovo post della rubrica Discussione di Economia (DdE), suddiviso in tre parti, analizzo dettagliatamente la situazione del Giappone, alla luce della recente decisione della banca centrale (BOJ) di svalutare la valuta giapponese (lo Yen).

Se si parla di crisi europea, c'è sempre qualche pagliaccio che, in TV o sui social network, per giustificare la teoria secondo la quale, incrementare il debito pubblico aumentando le banconote in circolazione non sarebbe un problema, suggerisce come un ebete di prendere ad esempio il caso del Giappone il quale, nonostante il suo elevato debito pubblico e grazie alla sua irrinunciabile sovranità monetaria, può aumentare a proprio piacere la quantità di banconote in circolazione, ritenendo di poter così scongiurare una crisi economica. Analizziamo seriamente il caso del Giappone, sconfessando definitivamente queste chiacchiere da bar.

E' la notizia degli ultimi giorni quella secondo la quale il governo giapponese ha imposto alla banca centrale del Giappone di portare l'inflazione del paese al 2% entro due anni (alla luce di ciò, chi crede ancora che ci sia una differenza fra una banca centrale pubblica e una privata, questa poi me la spieghi).

Dopo quasi vent'anni in cui la politica monetaria è stata molto cauta a non azzardare una simile operazione, considerato proprio il già enorme debito pubblico, pari a circa 224% del PIL nazionale, vedi il grafico seguente:

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Grafico n. 1. Debito pubblico del Giappone in percentuale di PIL, dal 1970 al 2013 (Fonte:OECD)

ora il neo governatore della banca centrale, nominato appositamente dal governo giapponese, annuncia uno spaventoso doppio incremento di emissione monetaria nell'economia, il quale sortirà l'inevitabile svalutazione della valuta nipponica; il tutto, dice il governatore (ma non è il solo a ritenerlo), per uscire da una situazione di presunta deflazione (cioè, di riduzione costante dei prezzi al consumo), la quale sarebbe il problema economico principale del Giappone.

Un po' di storia economica giapponese

Fino agli anni settanta, l'economia giapponese ha mostrato tutto il suo fervore e progresso, attestandosi come una delle più potenti economie del mondo. Poi ci fu la crisi petrolifera del 1973 e per l'economia giapponese non fu più tutto rose e fiori. E' negli anni 80 che il Giappone sembrò aver trovato la soluzione per una nuova crescita economica. Ma ciò non fu altro che fumo negli occhi, causato da una enorme emissione di banconote nel sistema, la cui euforia ebbe modo di esprimersi creando solo una bolla immobiliare (stile subprime, made in USA), pronta ad esplodere solo dopo che le banche giapponesi si resero conto di aver prestato denari per investimenti inutili ed antieconomici.

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Grafico n. 2. Il mercato immobiliare in Giappone, per aree urbane, dal 1985 al 2012 (Fonte: Japan Real Estate Institute)

E così fu. Alla fine degli anni 80, inizi anni 90, la bolla del settore immobiliare scoppiò (vedi il grafico sopra) e, di questo, ne risentì anche la finanza nipponica (vedi il grafico seguente, relativo all'indice della borsa di Tokyo, che in 2 anni perse più del 50%):

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Grafico n. 3. Indice Nikkei dal 1984 al 2013 (Fonte: Yahoo! Finanza)

La bolla immobiliare e finanziaria degli anni 80 fu gonfiata niente di meno che dalla banca centrale del Giappone, la quale decise di adottare una politica prevalentemente di espansione monetaria, riducendo i tassi di interesse. Il ché permise un ingigantimento della spesa pubblica e un'espansione del credito, per cui i giapponesi potevano godere di lauti sussidi statali e meravigliosi finanziamenti dai bassi tassi di interesse, offerti da un generoso sistema bancario, il quale accettava di erogare prestiti anche in situazioni palesemente rischiose, dove le promesse di restituzione, con gli interessi, da parte dei beneficiari di tali prestiti, non sarebbero state mai mantenute.

Guardate l'alto livello del tasso di crescita dell'offerta di liquidità giapponese degli anni 80:

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Grafico n. 4. Aggregato monetario M2 giapponese, dal 1980 al 2013 (Fonte: Banca del Giappone)

La liquidità monetaria cresceva ad un ritmo compreso fra il 7% e il 12,5% l'anno. Poi, con lo scoppio della bolla, la banca centrale ha prontamente chiuso i rubinetti dai quali fuoriusciva nel sistema liquidità a tutta forza,  facendo registrare così un brusco calo della crescita monetaria, che è diventata pressoché stazionaria fino ai giorni nostri.

Dopo questo breve excursus storico, l’analisi che condurrò di seguito sarà orientata a dimostrare non solo che la tanto sbandierata auto sostenibilità del gigantesco debito pubblico giapponese sia una realtà a sé stante, per nulla rassicurante e per niente replicabile in altri contesti (soprattutto in quello italiano - fornendo così una risposta a coloro che sostengono il contrario; un chiaro segno circa costoro, di ignoranza oppure di mala fede). Dimostrerò anche che la tanto temuta deflazione giapponese in realtà non è mai esistita, che quest'ultima non è mai stato il problema del paese del sol levante (anzi!), che le vere preoccupazioni per il Giappone, invece, dovrebbero concernere la riduzione dei risparmi e l'enorme peso del debito pubblico che grava sulla sua economia. Infine, vedremo che la recente scelta della banca centrale giapponese di inflazionare l'economia è una pericoloso azzardo.

L'elefante nel negozio di cristalli

Come ho già detto più sopra, il debito pubblico giapponese si attesta al 224% del PIL. Per fortuna, i creditori di questo immenso debito sono costituiti, per circa il 90%, da investitori nazionali; prevalentemente istituti di credito e fondi pensione, seguiti dai piccoli risparmiatori.

Inoltre, osservate la bilancia commerciale dell'economia giapponese, descritta nel grafico seguente:

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Grafico n. 5. Bilancia commerciale giapponese, dal 1979 a 2013 (Fonte: Ministry of Finance Japan)

Dagli anni 80 fino all'anno 2010, la bilancia commerciale è stata prevalentemente positiva. Il Made in Japan, soprattutto quello tecnologico, ha invaso il commercio internazionale così come ora lo sta facendo quello della Cina. Il progresso tecnologico giapponese si è affermato ovunque nel mondo e la sua alta qualità e capacità di produzione l'ha resa competitiva in ogni dove.

Inoltre, il discreto tasso di risparmio, mantenuto dai giapponesi negli anni seguenti allo scoppio della bolla immobiliare (fino agli anni 2000), ha giocato a favore della sostenibilità del debito pubblico, potendo contare su una popolazione ben propensa a risparmiare.

Quindi, condizioni quali l'alto tasso di detenzione nazionale del debito pubblico, il buon livello di risparmio del settore privato e la costantemente positiva bilancia commerciale, finora hanno garantito al Giappone, per quasi vent'anni:

-       una bassa esposizione alla speculazione internazionale sul preoccupante indebitamento dello stato giapponese;

-       un afflusso continuo di capitali interni ed esteri nelle casse dello stato, tanto sufficienti da assicurare il pagamento del costo del crescente debito pubblico nipponico e il suo rifinanziamento.

Ora capite bene che il Giappone è come un enorme elefante che cammina in un negozio di cristalli, dove il venir meno di una sola di queste tre delicate condizioni (ricordo che esse sono quelle relative alla detenzione del debito pubblico, alla bilancia commerciale positiva e ad un sufficiente tasso di risparmio), lascerebbe l'economia nipponica schiacciata dal debito pubblico accumulatosi fin ora e che pende sulla testa dei giapponesi come una enorme spada di Damocle.

Alla luce di ciò, se cercaste di verificare se anche l'Italia possieda (o possa soltanto aspirare a possedere) simultaneamente queste stesse tre condizioni, che invece il Giappone ha vantato fino a qualche anno fa, vi rendereste conto di quanto sia assurdo ritenere l'esperienza giapponese esemplare per gli italiani, o addirittura comparabile. Quando ciò accade, è sintomo di ignoranza bella e buona, di colui che affermi ciò!... (continua a leggere Parte 2 di 3)

Mi fermo qui per ora. Nella seconda parte, di questo post della rubrica DdE, parlerò della presunta deflazione dei prezzi in Giappone e dell’irrazionale timore che certi esperti di economia incutono nella popolazione, circa la condizione di stabilità o di riduzione dei prezzi al consumo di un’economia.

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Postato il 18/04/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Dopo il rifiuto di Cipro alla richiesta dell'UE di tassare tutti i conti correnti, i cipriesi non sono più liberi di prelevare importi superiori a 300 euro al giorno. Non possono effettuare operazioni con l’estero per valori superiori ai 5 mila euro al mese e non possono lasciare l’isola con in tasca più di 1.000 euro. Ma questa non era l’Europa della libertà di circolazione delle persone e dei capitali? Misteri!

Saranno confiscati i conti correnti delle persone che detengono importi superiori ai 100 mila euro. A questi l’Europa vuole imporre di salvare le banche inefficienti di Cipro. Ciò che sta accadendo a chiunque abbia un conto corrente a Cipro, costituisce l'esempio perfetto che è in grado di spiegare quale tipo di timori mi hanno spinto a sostenere la campagna per il Contante Libero.

Immaginate di essere minacciati dal vostro stato, il quale abbia ratificato la confisca di una parte dei vostri soldi depositati sul vostro conto corrente bancario (esattamente come starebbe accadendo a Cipro). Quale sarebbe la vostra reazione istintiva? Sicuramente, quella di recarvi in banca e prelevare quanto ritenete essere vostro, pur di non esporre i vostri risparmi a ciò che per voi sarebbe un'ingiustizia. Ma se il vostro stato avesse abolito, per legge, il libero uso del contante, come avreste potuto difendervi da un simile sopruso?

Semplicemente, non avreste potuto.

Lo stato sa benissimo che i conti correnti sono uno strumento di tracciabilità dei movimenti di capitale senza uguali. Esso sa benissimo che attraverso i conti correnti, sarebbe particolarmente agevole, immediato ed efficace imporre un prelievo forzoso delle ricchezze dei cittadini. Lo stato sa benissimo che l'efficacia di tale colpo sarebbe ben più ampio se, anche il denaro circolante al di fuori del circuito bancario, fosse tracciato, così da poter essere confiscato al pari di come sarebbe possibile con quello già circolante elettronicamente. Lo stato sa benissimo anche che l'unico modo che il cittadino ha per sottrarsi da un'azione di forza del genere è quello di prelevare anticipatamente i suoi soldi, per custodirli in luoghi e in modi più sicuri.

Le banche, dal canto loro, da sempre hanno avuto un unico timore: la corsa agli sportelli dei correntisti sfiduciati dalla gestione dei loro depositi: vedi il caso di Cipro, dove le banche sono state costrette a serrare gli ingressi, per evitare che la gente intimorita ritirasse in massa, giustamente, i loro denari dai conti correnti. Inoltre, pare che alla riapertura delle banche cipriesi di stamane, erano presenti guardie giurate, incaricate dalle banche a vigilare le code dei correntisti disperati; come se questi non fossero i titolari dei conti correnti ma dei rapinatori! Guarda che assurdità mi tocca leggere!

Ecco perché, lentamente, si sta cercando di inculcare nella testa della persone che sarebbe necessario abolire il libero uso del denaro contante. Quella della lotta all'evasione fiscale è una scusa (in merito alla quale, nulla si risolverebbe in realtà; leggi qui). Il vero motivo per cui, la più influente classe dirigente del paese vorrebbe abolire il libero uso del contante, è quello per cui solo se tutti i denari in circolazione transitassero esclusivamente attraverso il canale bancario, lo stato avrebbe a disposizione, in qualsiasi momento, contezza di quanto potrebbe essere espropriato ai cittadini, con la più banale delle scuse, con immediatezza, con maggior potere di coercizione (visto che, ad ogni capriccio, lo stato potrebbe minacciare il cittadino di un immediato blocco del suo conto corrente) e senza possibilità di fuga da possibili soprusi di stato. Contemporaneamente, solo se fosse vietato l'uso del denaro contante, le banche avrebbero la sicurezza che non ci sarebbe mai più il rischio di una corsa agli sportelli da parte dei depositanti sfiduciati; per questo esse sarebbero più accondiscendenti nei confronti delle pretese dei governi.

Se a Cipro il libero uso del contante fosse completamente vietato, i cittadini non avrebbero avuto alcuna speranza di opporsi pacificamente alla decisione di un prelievo forzoso da parte dello stato, perché non sarebbe stato concesso loro l'esercizio dell'azione di ritiro dei propri soldi dalle banche (un'azione questa che, come ho detto in apertura, verrà ostacolata in ogni modo dagli istituti di credito). Stato e banche avrebbero potuto operare tranquillamente senza alcun disturbo, in barba ai diritti di proprietà dei cittadini risparmiatori.

Ma veniamo all’Italia. Il mio timore in merito a questa faccenda è alimentato dal fatto che, la riduzione del libero uso del contante, è un caposaldo del programma di 8 punti presentato dal centrosinistra italiano per ottenere il governo del paese. In campagna elettorale, lo stesso leader del centrosinistra (incaricato a formare il governo) ebbe modo di argomentare la questione, dichiarandosi favorevole alla riduzione dell'uso del contante per combattere l'evasione. Che sciocchezza! Come se a dirlo fosse il capo di un partito disinteressato alla gestione di una banca, senza che esso non abbia mai avuto propri rappresentanti nella fondazione bancaria che avrebbe permesso lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena (non ce lo siamo dimenticati, vero? Leggi qui).

Come ci insegna il caso di Cipro, le vere intenzioni della riduzione del libero uso del contante sono quelle di indebolire la posizione di chi risparmia, per esporlo più facilmente ai soprusi di stato e banche.

Si vogliono far pagare gli sprechi, le spericolatezze e le immoralità dello stato e delle banche, che hanno provocato questa crisi, ai risparmiatori. Si vuole far pagare a chi non ha colpa alcuna. E questo intento traspare anche quando si annuncia l'intenzione di applicare una qualunque forma di patrimoniale sulle ricchezze degli italiani. E anche questo purtroppo, il centrosinistra italiano, lo annuncia da mesi.

C'è un tale disprezzo e una tale invidia nei confronti di chi a fatica risparmia una vita, da indurre buona parte della classe dirigente attuale a proporre azioni politiche di depauperamento delle ricchezze private, anziché efficaci e concrete opportunità di incremento delle ricchezze e quindi del benessere degli italiani. Si vogliono eliminare tutti gli strumenti pacifici che questi ultimi dispongono per opporsi a simili ingiustizie.

Ma se non si avessero più gli strumenti pacifici di opposizione, quali altri strumenti resterebbero ai cittadini per ribellarsi? Chiedetevelo.


Postato il 28/03/2013 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

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Micropost

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Osserviamo brevemente la situazione italiana nel primo trimestre 2013, consultando i recenti dati ISTAT e Bankitalia:

-   Debito pubblico: 2.035 miliardi di euro nel primo trimestre 2013. Pensate un po’, dal 2000 esso è aumentato del 56,48%. In soli tre mesi, l’Italia si è indebitata più della metà di quanto si sia indebitata nel 2012. E poi parlano di austerity! Lo stato, il soggetto che più di tutti dovrebbe essere soggetto alle politiche di austerity, a conti fatti, non si contiene per nulla e continua a spendere più di ciò che incassa.

-   Titoli di stato in circolazione: 1.695 miliardi di euro a fine marzo 2013. Come previsto a dicembre dell’anno scorso (leggi qui), fino a febbraio 2013 l’ammontare dei titoli di stato è diminuito solo provvisoriamente, per poi riprendere a crescere a marzo 2013. Ricordatevi, dal 2013, i nuovi titoli di stato non sono più garantiti. Questo perché essi riportano le clausole CACs (leggi qui cosa sono). Inoltre, si noti che la pressione sui tassi di rendimento dei nostri titoli di stato è diminuita (per i BTP, lo stato oggi paga mediamente il 3,87%, mentre a novembre 2011 esso pagava più del 6,50%). Ciò non perché l’Italia sia ritenuta più affidabile di prima, ma solo perché favorita dalle operazioni di finanziamento del sistema bancario da parte della BCE e dalla speculazione di Giappone e USA, i quali stanno svalutando le proprie valute e acquistando titoli europei.

-   PIL: per sette trimestri consecutivi esso è in discesa libera, attestandosi a 1.566 miliardi di euro a marzo 2013 (-2,3% rispetto all’anno scorso). Contrariamente a quanto si crede, esso è l’unico dato non del tutto negativo. Ciò perché esso ci informa che, per fortuna, la nostra economia non è sempre più affogata da banconote emesse dal nulla. Questo non è difficile crederlo, considerato che quelle prodotte ad oltranza dalla BCE restano parcheggiate nelle “casseforti” delle banche (le quali continuano a non effettuare prestiti alle imprese) oppure che esse circolano nel solo mercato finanziario (ancora per il momento). Di conseguenza, l’unica causa del crollo del PIL è la riduzione dei consumi degli italiani, i quali stanno acquistando i beni e i servizi che davvero abbisognano e respingendo quelli inutili e inefficienti. Insomma, è in atto una fase di spurgo degli eccessi della nostra economia.

-   Tasso di inflazione: esso è dell’1,3% a fine marzo 2013 (+1% dall’inizio dell’anno). In 8 anni, il potere d’acquisto delle famiglie italiane è calato del 20% circa. Quindi, l’euro si svaluta costantemente anno dopo anno (purtroppo), ma per ora ad un ritmo molto lento (per fortuna).

-   Tasso di disoccupazione: a marzo 2013 esso si attesta a 11,5% (quello giovanile al 38,4%). La disoccupazione è aumentata dell’1,1% in un anno.

Alla luce di tutto ciò, i nostri politici cosa fanno? Discutono ancora sull’eliminazione sì o l’eliminazione no dell’IMU (eliminazione sì, è ovvio, di cos’altro si deve discutere?). Inoltre essi si domandano se tizio, oppure caio, andrà in galera oppure no, se ostacolare la libera espressione sul web oppure no; mamma mia, in che mani è il nostro futuro!



Postato il 18/05/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





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Nel silenzio più assoluto dei giornali, il rating del Monte dei Paschi di Siena (MPS) è stato ulteriormente declassato da Ba2 a B2. Questo perché esisterebbero forti dubbi circa la capacità dell'istituto senese di restituire i 4 miliardi pubblici, prestati attraverso i Monti bond i quali, da aiuti, si stanno trasformando in vere e proprie spine nel fianco (leggete qui la notizia). MPS non è la prima e non sarà nemmeno l'ultima delle banche italiane che rischia di fallire a causa del vizio normativo che permette, ancora in Italia, una pericolosa commistione fra politica e banche (ho già avuto modo di relazionare sulla questione, alla convention "Contante Libero", lo scorso 10 febbraio a Bologna; leggi qui la trascrizione del mio intervento).

La preoccupazione circa le sorti del MPS starebbe crescendo così tanto, da indurre i dirigenti della banca a lanciare uno strano prodotto finanziario, di cui i risparmiatori dovrebbero nutrire non pochi sospetti; sto parlando del prodotto "Un Monte di Risparmi" (in questo post potete leggere la denuncia di Mercato Libero). L'operazione commerciale, probabilmente, è mirata a porre un freno alla grave emorragia di liquidità che il MPS starebbe subendo (pensate un po', i 4 miliardi dei Monti bond sarebbero serviti a poco e sarebbero già stati tutti inghiottiti dal buco nero della banca, tanto questo sarebbe profondo!). MPS vorrebbe raccattare quanta più liquidità sia possibile, invogliando i risparmiatori, in possesso di liquidità e di titoli, a sottoscrivere con l’istituto senese un contratto di prestito titoli in cambio di sconti sulle commissioni di gestione e del pagamento dell'imposta di bollo che sarebbe a carico di MPS (è spiegato qui). Quindi, il contratto che si sottoscriverebbe è un prestito titoli (non di gestione, non di deposito). Fate attenzione! Infatti, ciò che non viene detto all'ignaro risparmiatore, è che, sottoscrivendo il contratto relativo a questo prodotto, egli presterebbe i suoi titoli alla banca, la quale li farebbe suoi e, in caso di fallimento, il risparmiatore rischierebbe di perdere ogni diritto su di essi, con la beffa che egli non sarebbe mai considerato un creditore garantito, così come lo sarebbe il normale correntista, ma diventerebbe un creditore qualunque della banca, tenuto a sperare di recuperare quanto gli spetterebbe dalle briciole restanti da una probabile procedura fallimentare. La cosa assurda è che pare che non venga proposto alcun collaterale a garanzia di questa operazione, la quale sembrerebbe essere altamente rischiosa, considerate le cattive acque in cui versa MPS. In definitiva, grazie a questo prodotto, MPS si avvantaggerebbe acquisendo liquidità ad un costo nettamente inferiore rispetto a quello che sosterebbe se si rivolgesse sul mercato. Inoltre, la liquidità così raccolta, verrebbe nascosta al giudizio delle agenzie di rating, perché essa non confluirebbe negli indici di valutazione riguardanti il buono stato di salute della banca, così come lo sarebbe invece, se la raccolta avvenisse, per esempio, tramite un'emissione obbligazionaria. Il tutto, però, a scapito dei suoi clienti.

Attenti, dunque, a ciò che firmate con questi signori di una banca che sembra essere ormai alle pezze.



Postato il 10/05/2013 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

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Vecchi ignoranti contro il Web

Governo Letta. Che strana la democrazia!

Napolitano bis. La democrazia non funziona

Two Pack. Ennesimo attacco alla sovranità

 

 

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M [16/05/2013] scrive: Grazie per la chiarezza dell'esposizione.

Mi chiedo: possibile che in Parlamento nessuno denunci questa politica dannosa per i Cittadini? Possibile che i tanti suicidi non provocano alcun rimorso nella coscienza di coloro che governano l'economia europea? E' possibile che non c'è un economista a livello internazionale che denunci l'affarismo e, diciamolo pure, la disonestà gestionale economica in cui ci hanno buttato? Perchè il mondo politico non chiede il cambio dei vertici economici europei in quanto incapaci e responsabili di una gestione fallimentare?
Si doveva aspettare Papa Francesco per denunciare in poche e telegrafiche parole il male della dittatura del denaro e il silenzio dei "cattolici da salotto"? Vai al post

dario [13/05/2013] scrive: e se quell'investimento non fosse una cosa giusta? eh già! Vai al post

giuseppe [12/05/2013] scrive: Dipende anche da come li spendi i risparmi, se compri un bene di consumo allora non hai cambiato nulla ma se li spendi per un investimento allora hai fatto la cosa giusta. Vai al post


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