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Avete mai visto il film (o letto il libro) Hunger Games? La vicenda narra dei giochi commemorativi organizzati da un governo totalitario, il quale ha ridotto in schiavitù la maggioranza dei cittadini i quali sono obbligati a lavorare per nutrire l’élite più ricca e dominante di una società post apocalittica. Questi sono giochi sanguinari per i quali il governo sorteggia ogni anno giovani schiavi (fra i 12 e i 18 anni) e li costringe a combattere l'uno contro l'altro all’interno di una mega arena (che nello stesso tempo è anche un colossale e avveniristico set televisivo). Il singolo concorrente, se vuole sopravvivere, deve uccidere chiunque si trovi davanti a sé; vince il gioco l’unico concorrente che resta in vita dopo aver ammazzato tutti gli altri, guadagnandosi così la libertà (almeno così il governo fa loro credere), la gloria e una vita agiata.

Avete presente le votazioni di stato a cui periodicamente partecipate per l'elezione dei rappresentanti istituzionali? Ebbene, le elezioni sono una versione più raffinata e meno barbara di un gioco al massacro come lo è quello romanzato in Hunger Games. I cittadini aventi l’età ritenuta giusta dalla legge dello stato sono ammessi all’interno dell’arena elettorale, tutti contro tutti (o uniti in alleanza con alcuni contro gli altri) sotto i riflettori dei media nazionali.

Attraverso la scuola pubblica, lo stato ha indottrinato i cittadini a credere che la libertà si ottiene votando e soggiogando il prossimo che esce sconfitto dall’arena elettorale. E infatti, chi partecipa al gioco elettorale crede di difendere la propria libertà esercitando il proprio voto. In realtà, sia che vinca l’alleanza a cui il singolo cittadino ha aderito, sia che questa perda il gioco elettorale, comunque egli rimarrà un sottomesso dei potentati che effettivamente costituiscono lo stato: ovvero gli alti dirigenti pubblici, i magistrati, i comandanti delle forze armate e i banchieri.

Come in Hunger Games, per lo stato non importa chi sia il vincitore del gioco elettorale. L’importante è che i cittadini continuino a lavorare e a cedere il frutto della loro fatica nelle tasche di chi fa le leggi e amministra il denaro pubblico.

Per lo stato è importante che la gente riconosca, nella celebrazione del gioco elettorale, la supremazia di stato, anche allorquando esso conceda ai cittadini una parvente possibilità di riscatto.

Come in Hunger Games, per lo stato è importante che i cittadini provino, una volta ogni tanto, l’unica cosa più forte della paura, ossia la speranza; giusto un barlume di speranza di cambiamento della loro condizione di asserviti, non di più. Purché gli animi restino sempre assopiti sotto la magnificenza dei giochi elettorali.


Postato il 23/05/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





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Cari lettori torno a scrivere sul blog dopo tanto. Impegni lavorativi e familiari non mi consentono più di scrivere con la frequenza e l’attenzione di una volta. Oggi però ho deciso di scrivere questo post per condividere con voi quanto si apprende circa l’affermazione di ieri del governatore della Banca d’Italia e che riguarda i risparmi di noi tutti. Durante un’audizione della commissione Finanze del Senato, il governatore avrebbe detto che le banche “devono informare la clientela del fatto che potrebbero dover contribuire al risanamento di una banca”.

E’ un avvertimento importantissimo cari lettori. Le banche in cui depositate i vostri denari, oltre a farli propri, sarebbero anche intenzionate ad usarli per sanare i buchi dei loro bilanci. E a dirlo sono proprio le banche per bocca del governatore della Banca d’Italia, la cui generica affermazione mette ufficialmente in discussione non solo la sicurezza dei risparmi di chi è azionista o obbligazionista di una banca, ma soprattutto la famosa e fantomatica garanzia sui depositi di conto corrente inferiori ai 100 mila euro (che evidentemente è solo una chiacchiera per tenervi buoni).

Da quanto dice il governatore si deduce allora che niente e nessuno garantirebbe la sicurezza dei vostri soldi che depositate nei conti correnti, perché potrebbero essere rapinati dalla vostra stessa banca al fine di risanarsi e lasciare sul lastrico voi altri.

E poi c’è chi favoreggia per l’abolizione del contante! Se fosse abolita la possibilità di prelievo del proprio denaro tramite contante, si avrebbe un’arma in meno per difendersi da un attacco del genere, sferrato dal sistema che invece lo dovrebbe custodire per voi.

Insomma, la razzia di Cipro per salvare il sistema bancario interno ai danni dei risparmiatori (ricordate? leggete qui) ha fatto scuola e ora ci si prepara per adottare le stesse misure in maniera standard anche in Italia, in caso di necessità.

Occorre difendersi. Bisogna imparare a rimanere il più lontano possibile dal rischio paventato ieri dal governatore della Banca d’Italia. Alla luce di tutto ciò, prossimamente mi impegnerò a condividere su questo blog in che modo si può agire per allontanarsi il più possibile da un tale rischio. Nel frattempo è possible ripassare quanto scrissi circa due anni fa.


Postato il 23/04/2015 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Ecco a voi il grafico (da ZeroHedge.com) che da solo riassume il fallimento del pilastro fondamentale della teoria keynesiana, il quale sostiene che il deficit pubblico aiuterebbe un’economia ad uscire dalla recessione.

Il Giappone ha affidato le sue sorti economiche a questa credenza, ovvero a quella ricetta che presuppone un incremento della spesa pubblica da parte del governo e una contestuale svalutazione del denaro ad opera della banca centrale, che finanche politici ed economisti europei auspicano per la zona Euro.

Nel grafico si osserva chiaramente come l’andamento del tasso di cambio effettivo reale dello Yen, dal 1975 ad oggi, ricalchi quasi perfettamente l’andamento della bilancia commerciale giapponese espressa in Yen.

Il tasso di cambio effettivo reale non è altro che un indicatore che illustra la competitività di una valuta con quelle estere. Più precisamente esso indica l’evoluzione dei prezzi di una certa economia rispetto all’evoluzione dei prezzi nelle economie concorrenti. Minore è il tasso di cambio effettivo reale, maggiore è la competitività della valuta osservata.

La bilancia commerciale invece non è altro che la differenza fra le esportazioni e le importazioni di una certa economia. La differenza positiva determina un auspicabile surplus, altrimenti si determina un deficit.

Visto e considerato che la ricetta economica keynesiana di cui sopra fa leva proprio su un più favorevole cambio della valuta nei mercati esteri (proprio perché svalutata) e che i keynesiani la ritengono strategica per la ripresa, al verificarsi di un decremento del tasso di cambio effettivo reale di una certa valuta, uno dei primi segnali di ripresa economica dovrebbe essere quello di una bilancia commerciale dal surplus crescente. Quindi, ogni qualvolta che il tasso di cambio effettivo reale scende, secondo la teoria keynesiana si deduce che la bilancia commerciale dovrebbe rinvigorirsi.

Nel caso del Giappone invece, non sempre è stato così!

Nel grafico si osserva come ad ogni decremento del tasso di cambio dello Yen, non corrisponda sempre un incremento del surplus della bilancia commerciale giapponese così come dovrebbe avvenire secondo i keynesiani. Anzi, spesso accade che quest’ultimo si deprima (accade agli inizi degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90; poi negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni 2000, per succedere nuovamente e clamorosamente dal 2012 ad oggi).

Che razza di teoria sarebbe quella che vale solo in alcune occasioni e per nulla nelle altre? Una teoria, proprio perché tale, deve valere sempre e non solo certe volte. Altrimenti non è una teoria.

Infatti la teoria keynesiana secondo la quale il deficit pubblico aiuterebbe la ripresa economica, non è una teoria; è più un dogma, che ha a che fare più con la religione che con la scienza sociale.

In particolare, guardate nel grafico ciò che è accaduto negli ultimi 2 anni. Il tasso di cambio effettivo reale giapponese è diminuito vertiginosamente. Questo perché la politica monetaria adottata dalla banca centrale del Giappone ha incrementato il numero di Yen, che poi sono stati ceduti al governo giapponese in cambio di titoli di debito pubblico (cosa che ha permesso l’incremento del deficit pubblico del paese e determinato il suo indebitamento), ottenendo come risultato l’effettiva svalutazione della valuta così come prescrive la ricetta keynesiana e offrendo così allo Yen maggiore competitività rispetto alle valute estere concorrenti.

Secondo i keynesiani, così facendo, un paese dovrebbe magicamente uscire dalla recessione. Baggianate!

Sono due anni che la bilancia commerciale del Giappone è in deficit cronico nonostante uno Yen svalutato e  deficit pubblici che si accumulano anno dopo anno.

Nonostante i keynesiani (e i neo-keynesiani) cerchino di arrampicarsi sugli specchi, disegnino mirabolanti salti mortali per negare l’evidenza o addirittura neghino la matrice keynesiana dell’operato giapponese, sono evidenti le falle della “teoria dominante” di Keynes, la quale fa acqua più di quanto si crede.


Postato il 18/12/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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Ieri si sono tenute le votazioni per l’elezione dei consigli regionali di Calabria ed Emilia Romagna. Gli astenuti dal voto sono più del 60% degli aventi diritto.

Il messaggio chiaro (ma non a tutti) è: “non vogliamo più democrazia, vogliamo più libertà”.

Chi non l’ha capito sono i politici e gli aspiranti tali in primis. Ma circa costoro, non si fanno molti sforzi per comprendere il motivo per cui essi non ci arrivino a capirlo. La restante parte di coloro che non afferrano il messaggio dei non votanti sono invece tutti quelli che votano e che sono per “votare sempre e comunque”.

L’élite che in Italia siede nei palazzi del potere governerebbe a prescindere che essi siano votati o meno dai cittadini. Non vi è bastato capirlo da come si sono formati gli ultimi tre governi italiani? Già non ve lo ricordate più?

Si può votare quanto si vuole, ma l’attuale élite, proprio perché siede già nelle stanze del potere, trova sempre il modo per non andare a casa. Certo, i risultati elettorali possono mischiare le carte. Ma quelle carte restano sempre le stesse, non le si cambia con le votazioni. Non basta prendere atto dell’esperienza del M5S, i cui sforzi vengono resi vani e ogni volta boicottati dalla irremovibile classe dirigente?

Il problema italiano è che la gente vota dando carta bianca a chi viene eletto.

In Italia non vi è un istituto che permetta ai cittadini di controllare i governanti dopo che questi siano stati eletti. In Italia abbiamo un accentramento tale dei poteri che produce deleteree distanze fra governanti e governati. In Italia ormai, votiamo con la rassegnazione che dopo il voto si esaurisca ogni possibilità del cittadino di determinare le sorti della sua convivenza nella società.

Non dovrebbe essere così. E’ necessario che tutti i cittadini abbiano la responsabilità del proprio futuro e non di delegare in bianco questa responsabilità ad altri da eleggere. Questo è il vero gioco forza del potere e non quello demagogico secondo cui “se non voti consenti che altri decidano su di te”: perché non c’è differenza sostanziale fra votare e non votare; anche votando consenti che altri decidano su di te.

Qualcuno interpreta l’astensionismo come l’anticamera per la rivoluzione. Io non lo interpreto così. Anche perché non credo nella rivoluzione (che è sempre potere che scaccia potere con la violenza - siamo sempre lì, insomma!).

Credo però nel cambiamento delle persone. Cambiare è pacifico fino a prova contraria. Si può disubbidire al potere, si può anche fuggire dal potere.

Disubbidienza ed esodo, queste sono l’anticamera del cambiamento. In effetti, l’azione del non votare ha molto a che fare con questi due concetti e poco con il concetto di rivoluzione. La rivoluzione, non sempre significa cambiamento.

Anche se, il non votare non basta da solo per un cambiamento; è più che altro una presa di coscienza.

Se il 60% dei cittadini che non ha votato avesse voluto più democrazia (o più dittatura, fate voi, per me sono la stessa cosa) oppure avesse voluto persone diverse al potere, sarebbe comunque andato a votare (anche annullando la scheda, credendo nell’istituto del voto così come è concepito in Italia). Non vi pare?

Invece non è stato così. La mia interpretazione circa il fatto che il 60% degli aventi diritto al voto di Calabria ed Emilia Romagna non sia andato a votare è che calabresi, emiliani e romagnoli non vogliono democrazia. Essi vogliono libertà.


Postato il 24/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





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Il PIL del Giappone crolla per il terzo trimestre consecutivo (-0,4% su base trimestrale e -1,6% rispetto a 12 mesi fa). Sono passati 2 anni dall'inizio dell'adozione della cosiddetta politica monetaria di Quantitative Easing (palesemente di stampo keynesiana), che consiste sostanzialmente nell'incrementare la base monetaria, per svalutare la propria valuta, per far ripartire le esportazioni e indurre la ripresa dei consumi i quali determinerebbero un incremento di ricchezza. Guardate invece qui:

Detto da molti economisti, anche molto affermati, sembrerebbe che questa politica monetaria farebbe resuscitare qualunque economia che la adotti. Addirittura, in Europa c'è chi invidia il Giappone per questa sua possibilità di azione e che sbava all’idea di poter  adottare anche da queste parti certe misure politiche di espansione della base monetaria.

Cari lettori, prendete nota del fatto che, nonostante l’adozione della magica ricetta politica del Quantitative Easing, il Giappone non sta producendo più ricchezza (meglio ancora, la incrementa leggermente ma in maniera molto - ma molto - inferiore rispetto alle altre super economie del mondo). Guardate di seguito il PIL reale del Giappone confrontato con quello delle altre potenze mondiali; con tutti quegli Yen stampati (da due anni a questa parte), secondo gli economisti che sostengono questa politica, il Giappone avrebbe dovuto ottenere molto di più che un ultimo posto in classifica:

La sua popolazione invecchia più velocemente, risparmia e investe sempre meno e ha ridotto i consumi. La bilancia commerciale è perennemente in negativo. Guardate:

E' da 2 anni che il Giappone si è totalmente votato alla teoria economica keynesiana e alle sue ricette, le quali prevedono più spesa pubblica, più svalutazione della valuta e più inflazione dei prezzi di mercato, in cambio di una ripresa economica. E invece, nel caso giapponese, non vi è stata alcuna ripresa economica. Dopo aver espanso a più non posso la quantità di Yen in circolazione, vi è rimasto solo debito pubblico (il più alto del mondo), alto costo della vita, basso potere d'acquisto dello Yen e tasse. Guardate:

Eppure in Giappone c'è sovranità monetaria; lì i governanti sono autonomi nelle scelte di politica monetaria; e come certi economisti di casa nostra dicono, ciò dovrebbe dissipare ogni nube sull'economia. Ma il caso giapponese insegna che il risultato non è poi così scontato come si millanta, ma che spesso è quello pietoso che si osserva dai dati ufficiali.

Come lo spiegano gli adepti di lord Keynes? E come lo spiegano invece gli adepti della MMT?

Quando sentite keynesiani e neokeynesiani delirare con le loro formulette magiche, fate una cosa: sbattegli in faccia questi grafici sul Giappone e godetevi l'imbarazzante momento di mirabolanti tentativi di costoro di giustificare l'evidente fallimento di ciò che affermano e insegnano.


Postato il 20/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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pasquale [24/05/2015] scrive: per Marco: è vero, nell'apparato di stato vi sono anche persone oneste (ne conosco alcune). Nella politica ancora meno. Purtroppo sono troppo cinico per non credere che quelle persone oneste contribuiscano comunque, anche se in buona (buonissima) fede, ad un sistema di stato sempre più VIOLENTO nei confronti delle libertà fondamentali del singolo individuo. Vai al post

pasquale [24/05/2015] scrive: per Marat: grazie mille per la citazione di Aristotele sulle comunità politiche; ciò che ha detto in merito dovrebbe ispirare la ricerca di un disegno di società alternativo a quello attuale. Vai al post

Marco Dal Prà [23/05/2015] scrive: Carissimo Pasquale,
lo stato non è una entità astratta. Lo stato non è una macchina che si muove in modo assoluto. E' un sistema fatto di persone che spesso pensano solo ai propri interessi personali. Non esiste uno stato che ordisce contro i cittadini per soggiogarli. Esistono persone piccole che pur di arrivare ai loro scopi sono pronte a tutto.
Ma quando voti puoi votare anche persone oneste. E' difficile trovarle ma ci sono. Ma l'elettore medio e' prigro e non ha voglia di cercarla nè di espreimere la preferenza. Vai al post

Marat [23/05/2015] scrive: Fino a che punto siamo povere vittime dei nostri governi? E fino a che punto invece ce li siamo costruiti?
Non c'è buon governo senza prima buoni cittadini, attenti, educati e consapevoli. In Italia, la vedo dura... Ma l'Islanda ha molto da insegnarci: lì lo Stato se lo sono ripreso in mano i cittadini, cacciando gli usurpatori (=banche). E' più facile quando le realtà plitiche sono piccole, anche territorialmente. Il nostro è un paese grande e complesso. Forse dovremmo arrenderci al fatto che, come Aristotele insegnava, le comunità politiche dovrebbero essere di modesta dimensione, altrimenti il potere sfugge a ogni ragionevole ed effettivo meccanismo di controllo.

Saluti a questo bellissimo blog, che come sempre propone tematiche e riflessioni di grande interesse. Vai al post

Giovanni Tomei [23/05/2015] scrive: Viene voglia di conoscerti e parlare a lungo di "qualcosa" in una serata di tarda primavera, o alle soglie dell'autunno, alla brezza leggera della sera che conquista il tramonto. Che la buona vita sia con te. Potresti mandarmi un indirizzo buono per vedere il video che indichi per "La Grande Bellezza" che risulta non più online? Vai al post

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