REGISTRATI   LOG IN
twitter google+ rss
  Home | Chi sono | Leggere Orme | Contatti | Plugin | Help |
  sito di Cultura Economica
 

Categorie > Tutti i post | Cultura | Economia | Politica | Comunicazioni


astensione.jpg

Ieri si sono tenute le votazioni per l’elezione dei consigli regionali di Calabria ed Emilia Romagna. Gli astenuti dal voto sono più del 60% degli aventi diritto.

Il messaggio chiaro (ma non a tutti) è: “non vogliamo più democrazia, vogliamo più libertà”.

Chi non l’ha capito sono i politici e gli aspiranti tali in primis. Ma circa essi, non si fanno molti sforzi a comprendere perché non ci arrivino a capirlo. La restante parte di coloro che non afferrano il messaggio dei non votanti sono invece tutti quelli che votano e che sono per  “votare sempre e comunque” (?).

L’élite che in Italia siede nei palazzi del potere governerebbe a prescindere che essi siano votati o meno. Non vi è bastato capirlo da come si sono formati gli ultimi tre governi italiani? Già non ve lo ricordate più? E che cavolo!

Si può votare quanto vogliamo, ma l’attuale élite, proprio perché siede già nelle stanze del potere, trova sempre il modo per non andare a casa. Certo, i risultati elettorali possono mischiare le carte. Ma le carte restano sempre le stesse, non le cambi con le votazioni. Non vi è bastato capirlo con l’esperienza del M5S i cui sforzi sono annullati sempre di più?

Il problema italiano è che la gente vota dando carta bianca a chi viene eletto. In Italia non vi è un istituto che permetta ai cittadini di controllare i governanti dopo che questi siano stati eletti. In Italia abbiamo un accentramento tale dei poteri che produce distanze fra governanti e governati. In Italia ormai, votiamo con la consapevolezza che dopo il voto si esaurisca ogni possibilità del cittadino di determinare le sorti della sua convivenza nella società.

Non dovrebbe essere così. E’ necessario che tutti i cittadini abbiano la responsabilità del proprio futuro, e non di delegare in bianco questa responsabilità ad altri da eleggere. Questo è il vero gioco forza del potere e non quello demagogico secondo cui “se non voti favorisci che altri decidano su di te”: perché non c’è differenza sostanziale fra votare e non votare; anche votando consenti che altri decidano su di te.

Qualcuno interpreta l’astensionismo come l’anticamera per la rivoluzione. Io non lo interpreto così. Anche perché non credo nella rivoluzione (che è sempre potere che scaccia potere con la violenza - siamo sempre lì, insomma!).

Credo però nel cambiamento delle persone. Cambiare è pacifico fino a prova contraria. Si può disubbidire al potere, si può anche fuggire dal potere.

Disubbidienza ed esodo, queste sono l’anticamera del cambiamento. In effetti, l’azione del non votare ha molto a che fare con questi due concetti e poco con il concetto di rivoluzione. La rivoluzione, non sempre significa cambiamento.

Anche se, il non votare non basta da solo per un cambiamento; è più che altro una presa di coscienza.

Se il 60% dei cittadini che non ha votato avesse voluto più democrazia (o più dittatura, fate voi, per me sono la stessa cosa) oppure avesse voluto persone diverse al potere, sarebbe comunque andato a votare (anche annullando la scheda, credendo nell’istituto del voto così come è concepito in Italia). Non vi pare?

Invece non è stato così. La mia interpretazione circa il fatto che il 60% degli aventi diritto al voto di Calabria ed Emilia Romagna non sia andato a votare è che calabresi, emiliani e romagnoli non vogliono democrazia. Essi vogliono libertà.


Postato il 24/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





deflazione.jpg

Il PIL del Giappone crolla per il terzo trimestre consecutivo (-0,4% su base trimestrale e -1,6% rispetto a 12 mesi fa). Sono passati 2 anni dall'inizio dell'adozione della cosiddetta politica monetaria di Quantitative Easing (palesemente di stampo keynesiana), che consiste sostanzialmente nell'incrementare la base monetaria, per svalutare la propria valuta, per far ripartire le esportazioni e indurre la ripresa dei consumi i quali determinerebbero un incremento di ricchezza. Guardate invece qui:

Detto da molti economisti, anche molto affermati, sembrerebbe che questa politica monetaria farebbe resuscitare qualunque economia che la adotti. Addirittura, in Europa c'è chi invidia il Giappone per questa sua possibilità di azione e che sbava all’idea di poter  adottare anche da queste parti certe misure politiche di espansione della base monetaria.

Cari lettori, prendete nota del fatto che, nonostante l’adozione della magica ricetta politica del Quantitative Easing, il Giappone non sta producendo più ricchezza (meglio ancora, la incrementa leggermente ma in maniera molto - ma molto - inferiore rispetto alle altre super economie del mondo). Guardate di seguito il PIL reale del Giappone confrontato con quello delle altre potenze mondiali; con tutti quegli Yen stampati (da due anni a questa parte), secondo gli economisti che sostengono questa politica, il Giappone avrebbe dovuto ottenere molto di più che un ultimo posto in classifica:

La sua popolazione invecchia più velocemente, risparmia e investe sempre meno e ha ridotto i consumi. La bilancia commerciale è perennemente in negativo. Guardate:

E' da 2 anni che il Giappone si è totalmente votato alla teoria economica keynesiana e alle sue ricette, le quali prevedono più spesa pubblica, più svalutazione della valuta e più inflazione dei prezzi di mercato, in cambio di una ripresa economica. E invece, nel caso giapponese, non vi è stata alcuna ripresa economica. Dopo aver espanso a più non posso la quantità di Yen in circolazione, vi è rimasto solo debito pubblico (il più alto del mondo), alto costo della vita, basso potere d'acquisto dello Yen e tasse. Guardate:

Eppure in Giappone c'è sovranità monetaria; lì i governanti sono autonomi nelle scelte di politica monetaria; e come certi economisti di casa nostra dicono, ciò dovrebbe dissipare ogni nube sull'economia. Ma il caso giapponese insegna che il risultato non è poi così scontato come si millanta, ma che spesso è quello pietoso che si osserva dai dati ufficiali.

Come lo spiegano gli adepti di lord Keynes? E come lo spiegano invece gli adepti della MMT?

Quando sentite keynesiani e neokeynesiani delirare con le loro formulette magiche, fate una cosa: sbattegli in faccia questi grafici sul Giappone e godetevi l'imbarazzante momento di mirabolanti tentativi di costoro di giustificare l'evidente fallimento di ciò che affermano e insegnano.


Postato il 20/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





bit.jpg

E' vero, il valore del Bitcoin è letteralmente crollato rispetto ai tempi di grande sopravvalutazione, soprattuto dopo il drammatico fallimento di un importante exchanger MtGox (attenzione: fallimento dell'exchanger, non del Bitcoin come realtà monetaria). Infatti oggi il suo valore è di circa 407,00 dollari rispetto ai 1.151,00 che ne valeva a dicembre di un anno fa (-64,64%) e queste brusche oscillazioni suggeriscono che la fase in cui si trova il Bitcoin per diventare denaro a tutti gli effetti è ancora quella embrionale.

Si consideri però questo dato di fatti: il valore del Bitcoin è sì crollato, ma in termini di scambio con la sua valuta di riferimento: il dollaro.

E' importate capire questa precisazione. Perché la scommessa di Bitcoin non è mai (e ripeto, mai) stata solo quella di prezzarsi rispetto ad un'altra valuta. La scommessa principale sul Bitcoin è sempre stata quella secondo cui una nuova e tecnologicamente avanzata maniera di emissione e distribuzione di denaro, indipendentemente da governi e banche centrali, si affermasse come mezzo di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie (ve ne parlai in questo articolo).

Ebbene, ad oggi il Bitcoin è sempre più apprezzato in termini di mezzo di scambio. E' sempre più visto come strumento per il pagamento di beni e servizi e non più solo come strumento speculativo. La prova di ciò è questo grafico, che mostra il numero delle transazioni effettuate in Bitcoin. Esse sono sempre più in rialzo, tanto che in questo momento in cui vi scrivo sono ben 79.554 transazioni al giorno (un incremento del 65,59% rispetto a 12 mesi fa; una media di 84.511 transazioni alla settimana in un anno). Il tutto nonostante il valore in dollari del Bitcoin stia decisamente diminuendo.

Guardate l'andamento del numero delle transazioni negli ultimi 2 mesi:

Il grafico non è solo in aumento, ma mostra anche delle significative flessioni del numero di transazioni, sempre in riferimento ai weekend. E' la prova del fatto che, negli ultimi periodi, l'andamento del numero delle transazioni in Bitcoin non sia dovuto alle solite compravendite finanziarie che hanno caratterizzato l'uso del Bitcoin fino a qualche mese fa, bensì che queste transazioni siano frutto di veri e propri comportamenti di acquisto di beni e servizi, le quali solitamente scemano nei weekend, per poi riprendersi nel corso della settimana.

In altre parole, Bitcoin, nel mentre di una turbolenta fase di stabilizzazione del suo valore in termini di altre valute, inizia a riscuotere sempre più fiducia da parte delle persone comuni che voglio utilizzarla ed accettarla per i propri scambi commerciali. Si sta diffondendo l'uso di Bitcoin come denaro.

Ricordo che realtà importanti come E-bay (con il suo PayPal), testate giornalistiche italiane come Il Giornale,  sviluppatori di giochi on line come Zynga (coi suoi giochi su Facebook), si stanno aprendo all'uso del Bitcoin. Sempre più esercizi nel mondo installano apparecchi automatici per lo scambio in Bitcoin, negozi on-line e blog ricevono rispettivamente pagamenti e donazioni in Bitcoin, nel settore ricettivo e degli studi professionali internazionali (e non solo) si inizia ad accettare il Bitcoin come corrispettivo.


Postato il 17/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





fineeuro.jpg

Cerchiamo di capirla con parole più semplici possibili questa storia dell’“Euro sì, Euro no”. Non mi stancherò mai abbastanza di suggerire che i problemi economici dell’Italia non sono stati causati dall’adozione dell’euro come valuta per la sua economia, bensì dalla struttura normativa, burocratica, fiscale, bancaria e istituzionale nella quale il “bel paese” è ingabbiato.

E’ negli anni novanta che si manifestarono tutti i problemi strutturali dell’economia italiana, quando i cittadini necessitavano di riforme che vertessero sulla liberalizzazione dei mercati, su un sistema monetario non corrotto dai governi, su una minore pressione fiscale, su una drastica riduzione della spesa pubblica, su una maggiore certezza del diritto e un minore ricorso al debito pubblico. I politici di allora non ebbero il coraggio di affrontare seriamente i problemi emersi, si nascosero dietro finte riforme (vedi, ad esempio, la farlocca legge Amato del 92, di cui vi ho parlato tempo fa qui) e preferirono non adottare le misure veramente necessarie per la ripresa economica, per paura che esse risultassero impopolari e compromettessero la loro capacità futura di reperire consensi utili per il mantenimento del loro potere.

Essi invece videro nell’euro l’occasione per poter continuare a non risolvere i problemi e a nasconderli sotto il tappeto. Abbandonando una lira che non aveva più credibilità (soprattutto a livello internazionale), tanto essa fu svalutata da quei stessi politici che non hanno mai avuto interesse a riformare il paese, con l’adozione di una nuova valuta (l’euro appunto) i creditori dell’Italia iniziarono a dare più fiducia all’Italia; attraverso l’euro essa poteva ridurre i costi delle importazioni utili per la ripresa della domanda interna e della produzione e a godere di finanziamenti impensabili fino a qualche decennio prima.

Dopo nemmeno dieci anni con l’euro nelle tasche dei cittadini, i problemi strutturali dell’Italia, che mai furono risolti in tempo debito, si sono ripresentati più grossi e gravi di prima.

Ed ora gli italiani cosa si chiedono? Così come si sono già sbagliati negli anni novanta, sbagliano tutt’oggi chiedendosi ancora se sia meglio cambiare di nuovo valuta oppure no. Addirittura, ci si chiede se non sia meglio ritornare alla sciagurata lira! Gli italiani dimenticano in fretta e non ricordano che, più di dieci anni prima, essi hanno già giocato la carta che consisteva nel cambiare valuta e che da sola essa non ha risolto i loro problemi economici; anzi, li ha peggiorati. Quindi, gli italiani non hanno capito che l’operazione di cambiamento della valuta non è una condizione sufficiente per risolvere i loroo grossi problemi economici.

Concludo dicendo che, senza avere la consapevolezza di una più efficacie e diversa alternativa all’euro o a ciò che l’ha preceduto (ossia, alla lira), e ad una proposta di riassetto del nostro sistema normativo, bancario e istituzionale, ogni dibattito circa l’abbandono dell’euro è un dibattito sterile e superficiale; in una sola parola: demagogico.

Il vero dramma per gli italiani non è tanto il fatto di adottare l'euro come valuta, quanto quello di non riuscire a concepire una valida alternativa ad esso.


Postato il 27/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





austriaci.jpg

Non sono solito scrivere post sul mio blog per commentare gli articoli altrui. Ho sempre preferito usare il mio blog per divulgare i miei studi e le mie opinioni sull’attualità economica; al massimo l’ho usato per fare critica economica (non giornalistica) sugli scritti di altri blogger di economia. Ma in questo caso farò uno strappo alla regola, visto che l’inconsistenza di quanto sto per segnalarvi non mi permette di fare di più.

Non ho potuto sottrarmi dal leggere questo post dal titolo “Un dibattito mancato e la cosiddetta teoria austriaca”, e di esprimere con queste due righe cosa ne penso (anche se avrei tanto voluto evitare di fare entrambe le cose), visto che a chiedermi ciò sono stati alcuni lettori del blog.

Ebbene, l’autore di questo articolo afferma che la scuola economica austriaca, quella che è per il minor interventismo dello stato nella vita delle persone e contraria alle banche centrali, non esisterebbe. Ad esistere sarebbero solo le sue idee.

Contrariamente a quanto questo signore dice nel suo post, la Teoria della Scuola Austriaca esiste eccome! Egli cerca di smontarne i cardini riferendosi ad un estratto a portata di click ripreso da Wikipedia (???), quando in realtà, da ricercatore economista quale egli sarebbe, circa la scuola austriaca mi sarei aspettato argomentazioni riferite direttamente a contenuti ripresi dalla vastissima antologia di questo secolare pensiero economico, costituita da saggi e trattati economici, scritti da economisti illustri come Menger, von Bohm-Bawerk, von Mises, Rothbard, Hazlitt, de Soto, solo per citarne alcuni, spesso anche da premi Nobel per l’economia del calibro di von Hayek.

A lasciarsi ispirare dalle teorie austriache ci sono stati politici come Margaret Tatcher e Ronald Regan. Di politici contemporanei, l’unico degno di menzione è per me l’americano Ron Paul, membro attuale della Camera dei Rappresentanti. Troppo pochi, purtroppo!

Lo so, leggere i trattati degli economisti su elencati non è veloce e semplice come leggere un sunto su Wikipedia o divertente come leggere le divulgazioni dei signoraggisti e dei signori della teoria delle scie chimiche, o quelle della MMT, standosene comodamente seduti sotto l’ombrellone. Leggere gli scritti economici dei personaggi di cui sopra richiede dedizione e concentrazione tali da impegnare molto tempo, energie e studio per la loro comprensione. Forse l’autore economista del post in oggetto non ha tempo, voglia o forse chissà cos’altro gli mancherebbe per ridursi a “studiare”, per poi scrivere, semplicemente documentandosi da Wikipedia.

Ritengo che il problema non sia tanto il fatto se la Scuola Austriaca esista o meno. Vorreste vedere che non basterebbero a dimostrare la sua esistenza tutto quanto ci è stato lasciato in eredità dai suoi fondatori economisti (li ho citati prima), dai suoi padri intellettuali (fra i quali vi sono filosofi come George, Locke, Bastiat, Hoppe, ecc.) e i loro tantissimi divulgatori, iniziando dagli illustri Gary North e Philipp Bagus, fino ad arrivare ai tanti autori di testi divulgativi e blogger italiani, dei quali ne cito solo alcuni, senza pretesa di esaurimento,  www.vonmises.it, www.usemlab.com, www.movimentolibertario.com, www.johnnycloaca.blogspot.it,  www.rischiocalcolato.com, compreso (permettetemi) questo mio personale e modestissimo blog di economia?

Il problema di fondo, infatti, consiste nel fatto che ad esistere ancora siano proprio quelle teorie diffuse di economia di cui l’autore del post ne parla a favore (quella keynesiana e neo-keynesiana, per intenderci), le quali, da decenni, procurano ai più conseguenze economiche negative, che la scuola austriaca ha studiato e da sempre denunciato, spiegato e dettagliatamente dimostrato.

Trovo ridicola la “supercazzola” usata dall’autore del post per dire che una secolare scuola di pensiero addirittura non esisterebbe. E quale sarebbe la “geniale” dimostrazione? Sarebbe quelle secondo cui, considerato che, tutto ciò che c’è di buono (per lui) della teoria austriaca già sarebbe presente nella "teoria dominante", mentre ciò che di non buono c’è (sempre per lui) nella teoria austriaca sarebbe stato scartato dalla "teoria dominante", allora la scuola austriaca non esisterebbe. Una “supercazzola” questa, impropriamente promossa dall’autore nella sfera dell’ontologia, che è senza alcun senso oggettivo. A questo punto, utilizzando lo stesso ragionamento puerile dell’autore, si potrebbe anche dire che nemmeno la scuola economica di Chicago esisterebbe, in quanto ciò che c’è di buono in essa è già presente nella teoria austriaca e ciò che di non buono c’è in quel pensiero è stato rifiutato dalla scuola austriaca; quando in realtà la scuola di Chicago esiste tanto quanto esiste quella austriaca o quella keynesiana. In pratica, l’autore pare proprio dire a chi legge il suo articolo che, o la si pensa come dice lui, oppure il pensiero diverso dal suo non esiste. E’ assurda come argomentazione. Soprattutto se ad asserirla fosse un ricercatore.

Dopo aver faticosamente letto (lo ammetto) il lunghissimo post ad oggetto, mi chiedo solo queste due cose: se non si è d’accordo con una scuola di pensiero, non si fa prima e migliore figura se si dice semplicemente che non si è d’accordo con essa, punto e basta? Se si conosce solo da Wikipedia ciò di cui si scrive, non sarebbe il caso di non perdere la ghiotta occasione di starsene zitti?


Postato il 11/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





<< Avanti 1 2 3 4 5 ... 60 61 62 Indietro >>

Content Management Powered by CuteNews

 

Cerca sul Blog

Ricerca avanzata

Iscriviti alla Newsletter del Blog

 

Inserisci il tuo indirizzo Email:



Vorrei ricevere informazioni circa:
Tutto
Cultura
Economia
Leggere Orme
Politica

Ultimi Commenti
 
vito [26/11/2014] scrive: Premesso: non sono un economista.
Domanda: la Fiat si è trasferita all'estero (penso secondo "la libera circolazione dei capitali"). Può allora un cittadino italiano portare soldi all'estero? (Mi sembra di no!)
Conseguenza: la legge non è uguale per tutti?
Grazie per il chiarimento Vai al post

Gian [20/11/2014] scrive: Ma quale fallimento! Non diciamo piddinate!
Se il PIL del Giappone cala non è di certo dovuto alle politiche Keynesiane, anzi!
Leggi qua http://scenarieconomici.it/calo-del-pil-in-giappone-probabili-ripercuss
ioni-negative-in-europa/

Per commentare sti dati bisogna anche aver un po' di cognizione di causa. Vai al post

Luca [20/11/2014] scrive: mi viene da pensare...se le politiche neokeybesiane non vanno...neoclassici e seguaci di chicago altrettanto (perlomeno dalle nostre parti in europa, ma anche in america non sono tutte rose e fiori) visti i risultati di questi ultimi anni a che santo bisogna votarsi?!?!? La crisi che stiamo vivendo ha sicuramente mandato "in crisi" molte teorie economiche che andrebbero sicuramente ripensate. Vai al post

Martina77 [30/10/2014] scrive: Gli italiani hanno memoria cortissima: quando esco neppure ricordano del governo Letta,figuriamoci del 1992,da dove tutto è partito (e l'Euro non c'era).A questo punto della situazione il ritorno ad un'altra valuta sarebbe una incognità asssoluta,forse perché il tutto andava previsto molto prima e non adesso,ma prima andava bene a tutti.
A volte,sentendo certi discorsi mi sento disorientata: la gente non pensa,ripete. Vai al post

Martina77 [30/10/2014] scrive: @Fabry...non so che lavoro faccia lei,ma si guardi i rapporti ocse anni 90';l'Italia nel 1992-98 non era affatto la settima potenza c'era crisi a non finire,neppure nel 2001,lei sogna,eppure c'era la Lira.
Non sono una pro-euro,ma quando mi sentivo di criticarlo ciioè nel 2003,venivo additata come quella che rompeva sempre i.....,da tutti compreso dai leghisti farlocchi che dopo non aver fatto nulla per contrastare l'immigrazione,adesso con dementi patentati e falsi economisti si ergono a "no euro". Vai al post

Le Battaglie del Blog

 

Contante Libero

 

I Portali del Blog

 

Ultimi post inseriti:

Un misuratore di dolore
Che forma ha l'amore?
I nostri eroi

Link Amici
 
Segui il blog:
EconoMia & Finanza
LunarPages.com
CutePHP.com
Altervista.org
Histats.com
OkNotizie.Alice.it
Segnalo.Alice.it
Fai.Informazione.it
Meemi.com
RuvoDiPugliaWeb.it
PortfolioMagazine.it
RischioCalcolato.it
WallStreetItalia.com
Trend-OnLine.com
Facebook/Bloggeritalia
BorsaWeb.altervista.org
ContanteLibero.it
Diggita  
BlogItalia.it - La directory italiana dei blog 
Liquida 
Aggregatore 
Blog Directory 
Top 100 Blog 
http://www.wikio.it 
 

 

© 2008-2014 MarneviBlog 1.5 by Pasquale Marinelli - Tutti i diritti sono riservati | Designed by Pasquale Marinelli | Diffusione dei contenuti | Privacy |
loghi creati il 24/04/2011 | ® registrati il 06/06/2011 | pubblicati il 06/06/2011 | Autore: Pasquale Marinelli | © Titolare del copyright: Pasquale Marinelli | Limiti di utilizzo

 

facebook