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Ecco a voi il grafico (da ZeroHedge.com) che da solo riassume il fallimento del pilastro fondamentale della teoria keynesiana, il quale sostiene che il deficit pubblico aiuterebbe un’economia ad uscire dalla recessione.

Il Giappone ha affidato le sue sorti economiche a questa credenza, ovvero a quella ricetta che presuppone un incremento della spesa pubblica da parte del governo e una contestuale svalutazione del denaro ad opera della banca centrale, che finanche politici ed economisti europei auspicano per la zona Euro.

Nel grafico si osserva chiaramente come l’andamento del tasso di cambio effettivo reale dello Yen, dal 1975 ad oggi, ricalchi quasi perfettamente l’andamento della bilancia commerciale giapponese espressa in Yen.

Il tasso di cambio effettivo reale non è altro che un indicatore che illustra la competitività di una valuta con quelle estere. Più precisamente esso indica l’evoluzione dei prezzi di una certa economia rispetto all’evoluzione dei prezzi nelle economie concorrenti. Minore è il tasso di cambio effettivo reale, maggiore è la competitività della valuta osservata.

La bilancia commerciale invece non è altro che la differenza fra le esportazioni e le importazioni di una certa economia. La differenza positiva determina un auspicabile surplus, altrimenti si determina un deficit.

Visto e considerato che la ricetta economica keynesiana di cui sopra fa leva proprio su un più favorevole cambio della valuta nei mercati esteri (proprio perché svalutata) e che i keynesiani la ritengono strategica per la ripresa, al verificarsi di un decremento del tasso di cambio effettivo reale di una certa valuta, uno dei primi segnali di ripresa economica dovrebbe essere quello di una bilancia commerciale dal surplus crescente. Quindi, ogni qualvolta che il tasso di cambio effettivo reale scende, secondo la teoria keynesiana si deduce che la bilancia commerciale dovrebbe rinvigorirsi.

Nel caso del Giappone invece, non sempre è stato così!

Nel grafico si osserva come ad ogni decremento del tasso di cambio dello Yen, non corrisponda sempre un incremento del surplus della bilancia commerciale giapponese così come dovrebbe avvenire secondo i keynesiani. Anzi, spesso accade che quest’ultimo si deprima (accade agli inizi degli anni ’80 e agli inizi degli anni ’90; poi negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi anni 2000, per succedere nuovamente e clamorosamente dal 2012 ad oggi).

Che razza di teoria sarebbe quella che vale solo in alcune occasioni e per nulla nelle altre? Una teoria, proprio perché tale, deve valere sempre e non solo certe volte. Altrimenti non è una teoria.

Infatti la teoria keynesiana secondo la quale il deficit pubblico aiuterebbe la ripresa economica, non è una teoria; è più un dogma, che ha a che fare più con la religione che con la scienza sociale.

In particolare, guardate nel grafico ciò che è accaduto negli ultimi 2 anni. Il tasso di cambio effettivo reale giapponese è diminuito vertiginosamente. Questo perché la politica monetaria adottata dalla banca centrale del Giappone ha incrementato il numero di Yen, che poi sono stati ceduti al governo giapponese in cambio di titoli di debito pubblico (cosa che ha permesso l’incremento del deficit pubblico del paese e determinato il suo indebitamento), ottenendo come risultato l’effettiva svalutazione della valuta così come prescrive la ricetta keynesiana e offrendo così allo Yen maggiore competitività rispetto alle valute estere concorrenti.

Secondo i keynesiani, così facendo, un paese dovrebbe magicamente uscire dalla recessione. Baggianate!

Sono due anni che la bilancia commerciale del Giappone è in deficit cronico nonostante uno Yen svalutato e  deficit pubblici che si accumulano anno dopo anno.

Nonostante i keynesiani (e i neo-keynesiani) cerchino di arrampicarsi sugli specchi, disegnino mirabolanti salti mortali per negare l’evidenza o addirittura neghino la matrice keynesiana dell’operato giapponese, sono evidenti le falle della “teoria dominante” di Keynes, la quale fa acqua più di quanto si crede.


Postato il 18/12/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





astensione.jpg

Ieri si sono tenute le votazioni per l’elezione dei consigli regionali di Calabria ed Emilia Romagna. Gli astenuti dal voto sono più del 60% degli aventi diritto.

Il messaggio chiaro (ma non a tutti) è: “non vogliamo più democrazia, vogliamo più libertà”.

Chi non l’ha capito sono i politici e gli aspiranti tali in primis. Ma circa essi, non si fanno molti sforzi a comprendere perché non ci arrivino a capirlo. La restante parte di coloro che non afferrano il messaggio dei non votanti sono invece tutti quelli che votano e che sono per  “votare sempre e comunque” (?).

L’élite che in Italia siede nei palazzi del potere governerebbe a prescindere che essi siano votati o meno. Non vi è bastato capirlo da come si sono formati gli ultimi tre governi italiani? Già non ve lo ricordate più? E che cavolo!

Si può votare quanto vogliamo, ma l’attuale élite, proprio perché siede già nelle stanze del potere, trova sempre il modo per non andare a casa. Certo, i risultati elettorali possono mischiare le carte. Ma le carte restano sempre le stesse, non le cambi con le votazioni. Non vi è bastato capirlo con l’esperienza del M5S i cui sforzi sono annullati sempre di più?

Il problema italiano è che la gente vota dando carta bianca a chi viene eletto. In Italia non vi è un istituto che permetta ai cittadini di controllare i governanti dopo che questi siano stati eletti. In Italia abbiamo un accentramento tale dei poteri che produce distanze fra governanti e governati. In Italia ormai, votiamo con la consapevolezza che dopo il voto si esaurisca ogni possibilità del cittadino di determinare le sorti della sua convivenza nella società.

Non dovrebbe essere così. E’ necessario che tutti i cittadini abbiano la responsabilità del proprio futuro, e non di delegare in bianco questa responsabilità ad altri da eleggere. Questo è il vero gioco forza del potere e non quello demagogico secondo cui “se non voti favorisci che altri decidano su di te”: perché non c’è differenza sostanziale fra votare e non votare; anche votando consenti che altri decidano su di te.

Qualcuno interpreta l’astensionismo come l’anticamera per la rivoluzione. Io non lo interpreto così. Anche perché non credo nella rivoluzione (che è sempre potere che scaccia potere con la violenza - siamo sempre lì, insomma!).

Credo però nel cambiamento delle persone. Cambiare è pacifico fino a prova contraria. Si può disubbidire al potere, si può anche fuggire dal potere.

Disubbidienza ed esodo, queste sono l’anticamera del cambiamento. In effetti, l’azione del non votare ha molto a che fare con questi due concetti e poco con il concetto di rivoluzione. La rivoluzione, non sempre significa cambiamento.

Anche se, il non votare non basta da solo per un cambiamento; è più che altro una presa di coscienza.

Se il 60% dei cittadini che non ha votato avesse voluto più democrazia (o più dittatura, fate voi, per me sono la stessa cosa) oppure avesse voluto persone diverse al potere, sarebbe comunque andato a votare (anche annullando la scheda, credendo nell’istituto del voto così come è concepito in Italia). Non vi pare?

Invece non è stato così. La mia interpretazione circa il fatto che il 60% degli aventi diritto al voto di Calabria ed Emilia Romagna non sia andato a votare è che calabresi, emiliani e romagnoli non vogliono democrazia. Essi vogliono libertà.


Postato il 24/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica





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Il PIL del Giappone crolla per il terzo trimestre consecutivo (-0,4% su base trimestrale e -1,6% rispetto a 12 mesi fa). Sono passati 2 anni dall'inizio dell'adozione della cosiddetta politica monetaria di Quantitative Easing (palesemente di stampo keynesiana), che consiste sostanzialmente nell'incrementare la base monetaria, per svalutare la propria valuta, per far ripartire le esportazioni e indurre la ripresa dei consumi i quali determinerebbero un incremento di ricchezza. Guardate invece qui:

Detto da molti economisti, anche molto affermati, sembrerebbe che questa politica monetaria farebbe resuscitare qualunque economia che la adotti. Addirittura, in Europa c'è chi invidia il Giappone per questa sua possibilità di azione e che sbava all’idea di poter  adottare anche da queste parti certe misure politiche di espansione della base monetaria.

Cari lettori, prendete nota del fatto che, nonostante l’adozione della magica ricetta politica del Quantitative Easing, il Giappone non sta producendo più ricchezza (meglio ancora, la incrementa leggermente ma in maniera molto - ma molto - inferiore rispetto alle altre super economie del mondo). Guardate di seguito il PIL reale del Giappone confrontato con quello delle altre potenze mondiali; con tutti quegli Yen stampati (da due anni a questa parte), secondo gli economisti che sostengono questa politica, il Giappone avrebbe dovuto ottenere molto di più che un ultimo posto in classifica:

La sua popolazione invecchia più velocemente, risparmia e investe sempre meno e ha ridotto i consumi. La bilancia commerciale è perennemente in negativo. Guardate:

E' da 2 anni che il Giappone si è totalmente votato alla teoria economica keynesiana e alle sue ricette, le quali prevedono più spesa pubblica, più svalutazione della valuta e più inflazione dei prezzi di mercato, in cambio di una ripresa economica. E invece, nel caso giapponese, non vi è stata alcuna ripresa economica. Dopo aver espanso a più non posso la quantità di Yen in circolazione, vi è rimasto solo debito pubblico (il più alto del mondo), alto costo della vita, basso potere d'acquisto dello Yen e tasse. Guardate:

Eppure in Giappone c'è sovranità monetaria; lì i governanti sono autonomi nelle scelte di politica monetaria; e come certi economisti di casa nostra dicono, ciò dovrebbe dissipare ogni nube sull'economia. Ma il caso giapponese insegna che il risultato non è poi così scontato come si millanta, ma che spesso è quello pietoso che si osserva dai dati ufficiali.

Come lo spiegano gli adepti di lord Keynes? E come lo spiegano invece gli adepti della MMT?

Quando sentite keynesiani e neokeynesiani delirare con le loro formulette magiche, fate una cosa: sbattegli in faccia questi grafici sul Giappone e godetevi l'imbarazzante momento di mirabolanti tentativi di costoro di giustificare l'evidente fallimento di ciò che affermano e insegnano.


Postato il 20/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





bit.jpg

E' vero, il valore del Bitcoin è letteralmente crollato rispetto ai tempi di grande sopravvalutazione, soprattuto dopo il drammatico fallimento di un importante exchanger MtGox (attenzione: fallimento dell'exchanger, non del Bitcoin come realtà monetaria). Infatti oggi il suo valore è di circa 407,00 dollari rispetto ai 1.151,00 che ne valeva a dicembre di un anno fa (-64,64%) e queste brusche oscillazioni suggeriscono che la fase in cui si trova il Bitcoin per diventare denaro a tutti gli effetti è ancora quella embrionale.

Si consideri però questo dato di fatti: il valore del Bitcoin è sì crollato, ma in termini di scambio con la sua valuta di riferimento: il dollaro.

E' importate capire questa precisazione. Perché la scommessa di Bitcoin non è mai (e ripeto, mai) stata solo quella di prezzarsi rispetto ad un'altra valuta. La scommessa principale sul Bitcoin è sempre stata quella secondo cui una nuova e tecnologicamente avanzata maniera di emissione e distribuzione di denaro, indipendentemente da governi e banche centrali, si affermasse come mezzo di scambio nelle transazioni commerciali e finanziarie (ve ne parlai in questo articolo).

Ebbene, ad oggi il Bitcoin è sempre più apprezzato in termini di mezzo di scambio. E' sempre più visto come strumento per il pagamento di beni e servizi e non più solo come strumento speculativo. La prova di ciò è questo grafico, che mostra il numero delle transazioni effettuate in Bitcoin. Esse sono sempre più in rialzo, tanto che in questo momento in cui vi scrivo sono ben 79.554 transazioni al giorno (un incremento del 65,59% rispetto a 12 mesi fa; una media di 84.511 transazioni alla settimana in un anno). Il tutto nonostante il valore in dollari del Bitcoin stia decisamente diminuendo.

Guardate l'andamento del numero delle transazioni negli ultimi 2 mesi:

Il grafico non è solo in aumento, ma mostra anche delle significative flessioni del numero di transazioni, sempre in riferimento ai weekend. E' la prova del fatto che, negli ultimi periodi, l'andamento del numero delle transazioni in Bitcoin non sia dovuto alle solite compravendite finanziarie che hanno caratterizzato l'uso del Bitcoin fino a qualche mese fa, bensì che queste transazioni siano frutto di veri e propri comportamenti di acquisto di beni e servizi, le quali solitamente scemano nei weekend, per poi riprendersi nel corso della settimana.

In altre parole, Bitcoin, nel mentre di una turbolenta fase di stabilizzazione del suo valore in termini di altre valute, inizia a riscuotere sempre più fiducia da parte delle persone comuni che voglio utilizzarla ed accettarla per i propri scambi commerciali. Si sta diffondendo l'uso di Bitcoin come denaro.

Ricordo che realtà importanti come E-bay (con il suo PayPal), testate giornalistiche italiane come Il Giornale,  sviluppatori di giochi on line come Zynga (coi suoi giochi su Facebook), si stanno aprendo all'uso del Bitcoin. Sempre più esercizi nel mondo installano apparecchi automatici per lo scambio in Bitcoin, negozi on-line e blog ricevono rispettivamente pagamenti e donazioni in Bitcoin, nel settore ricettivo e degli studi professionali internazionali (e non solo) si inizia ad accettare il Bitcoin come corrispettivo.


Postato il 17/11/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





fineeuro.jpg

Cerchiamo di capirla con parole più semplici possibili questa storia dell’“Euro sì, Euro no”. Non mi stancherò mai abbastanza di suggerire che i problemi economici dell’Italia non sono stati causati dall’adozione dell’euro come valuta per la sua economia, bensì dalla struttura normativa, burocratica, fiscale, bancaria e istituzionale nella quale il “bel paese” è ingabbiato.

E’ negli anni novanta che si manifestarono tutti i problemi strutturali dell’economia italiana, quando i cittadini necessitavano di riforme che vertessero sulla liberalizzazione dei mercati, su un sistema monetario non corrotto dai governi, su una minore pressione fiscale, su una drastica riduzione della spesa pubblica, su una maggiore certezza del diritto e un minore ricorso al debito pubblico. I politici di allora non ebbero il coraggio di affrontare seriamente i problemi emersi, si nascosero dietro finte riforme (vedi, ad esempio, la farlocca legge Amato del 92, di cui vi ho parlato tempo fa qui) e preferirono non adottare le misure veramente necessarie per la ripresa economica, per paura che esse risultassero impopolari e compromettessero la loro capacità futura di reperire consensi utili per il mantenimento del loro potere.

Essi invece videro nell’euro l’occasione per poter continuare a non risolvere i problemi e a nasconderli sotto il tappeto. Abbandonando una lira che non aveva più credibilità (soprattutto a livello internazionale), tanto essa fu svalutata da quei stessi politici che non hanno mai avuto interesse a riformare il paese, con l’adozione di una nuova valuta (l’euro appunto) i creditori dell’Italia iniziarono a dare più fiducia all’Italia; attraverso l’euro essa poteva ridurre i costi delle importazioni utili per la ripresa della domanda interna e della produzione e a godere di finanziamenti impensabili fino a qualche decennio prima.

Dopo nemmeno dieci anni con l’euro nelle tasche dei cittadini, i problemi strutturali dell’Italia, che mai furono risolti in tempo debito, si sono ripresentati più grossi e gravi di prima.

Ed ora gli italiani cosa si chiedono? Così come si sono già sbagliati negli anni novanta, sbagliano tutt’oggi chiedendosi ancora se sia meglio cambiare di nuovo valuta oppure no. Addirittura, ci si chiede se non sia meglio ritornare alla sciagurata lira! Gli italiani dimenticano in fretta e non ricordano che, più di dieci anni prima, essi hanno già giocato la carta che consisteva nel cambiare valuta e che da sola essa non ha risolto i loro problemi economici; anzi, li ha peggiorati. Quindi, gli italiani non hanno capito che l’operazione di cambiamento della valuta non è una condizione sufficiente per risolvere i loroo grossi problemi economici.

Concludo dicendo che, senza avere la consapevolezza di una più efficacie e diversa alternativa all’euro o a ciò che l’ha preceduto (ossia, alla lira), e ad una proposta di riassetto del nostro sistema normativo, bancario e istituzionale, ogni dibattito circa l’abbandono dell’euro è un dibattito sterile e superficiale; in una sola parola: demagogico.

Il vero dramma per gli italiani non è tanto il fatto di adottare l'euro come valuta, quanto quello di non riuscire a concepire una valida alternativa ad esso.


Postato il 27/10/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia





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dna [18/12/2014] scrive: Mi piacerebbe tanto che fosse come dice lei. Ma sono convinto che stiano in maggioranza aspettando un leader autoritario che gli garantisca le promesse statosocialiste.
Quando arrivera' il grande default sara' anche un default mentale per mooltissimi. Voviamo ancora nel Novecento. Rischiano di trovarlo il leader autoritario. Forse le elite lo tengono in sonno. Vedremo. Vai al post

pasquale [30/11/2014] scrive: gentilissimo sig. Vito, portare i soldi all'estero è LEGALISSIMO. Lo può fare qualunque cittadino. Almeno, per ora!
Purché dichiari periodicamente allo stato l'entità dei suoi depositi all'estero nella propria dichiarazione dei redditi e ne giustifichi la provenienza.
Se invece il cittadino non è più residente in Italia, non ha quest'obbligo.
Resto a disposizione per ulteriori approfondimenti in merito. Vai al post

vito [26/11/2014] scrive: Premesso: non sono un economista.
Domanda: la Fiat si è trasferita all'estero (penso secondo "la libera circolazione dei capitali"). Può allora un cittadino italiano portare soldi all'estero? (Mi sembra di no!)
Conseguenza: la legge non è uguale per tutti?
Grazie per il chiarimento Vai al post

Gian [20/11/2014] scrive: Ma quale fallimento! Non diciamo piddinate!
Se il PIL del Giappone cala non è di certo dovuto alle politiche Keynesiane, anzi!
Leggi qua http://scenarieconomici.it/calo-del-pil-in-giappone-probabili-ripercuss
ioni-negative-in-europa/

Per commentare sti dati bisogna anche aver un po' di cognizione di causa. Vai al post

Luca [20/11/2014] scrive: mi viene da pensare...se le politiche neokeybesiane non vanno...neoclassici e seguaci di chicago altrettanto (perlomeno dalle nostre parti in europa, ma anche in america non sono tutte rose e fiori) visti i risultati di questi ultimi anni a che santo bisogna votarsi?!?!? La crisi che stiamo vivendo ha sicuramente mandato "in crisi" molte teorie economiche che andrebbero sicuramente ripensate. Vai al post

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