Il Blog di Pasquale Marinelli

      Home | Chi sono | Newsletter | Leggere Orme | Contatti | Plugin | Help |   Log in | Registrati

 

 

A Scuola di Economia

   

blog mobile

Versione per Mobile
www.m.pasqualemarinelli.com

 

 

 Il Blog

 
 Archivio del blog
 

 Categorie

 
 Cultura
 Economia
 Politica
 [Archivio Micropost]
 
 
 
 
 

 Link amici

 
 Segui il blog:
 EconoMia & Finanza
___________________________
 LunarPages.com
 CutePHP.com
 Altervista.org
 Histats.com
 OkNotizie.Alice.it
 Segnalo.Alice.it
 Fai.Informazione.it
 Meemi.com
 RuvoDiPugliaWeb.it
 PortfolioMagazine.it
 RischioCalcolato.it
 WallStreetItalia.com
 Trend-OnLine.com
 Facebook/Bloggeritalia
 BorsaWeb.altervista.org
 ContanteLibero.it
 
 Diggita  
 BlogItalia.it - La directory italiana dei blog 
 Liquida 
 Aggregatore 
 Blog Directory 
 Top 100 Blog 
 http://www.wikio.it 
 BloggerItalia.it 



lingotti.jpg

Ecco un’altra lezione di civiltà e di profonda consapevolezza economica da parte della vicina Svizzera. E’ ufficiale che a novembre di quest’anno i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare per un referendum riguardante un’iniziativa popolare la quale, se i voti favorevoli dovessero prevalere, obbligherà la banca centrale svizzera a:

- far rimpatriare tutto l’oro di sua proprietà;

- a detenere in oro almeno il 20% del valore delle sue attività in bilancio;

- a vietare la vendita delle riserve auree della banca centrale svizzera.

Insomma, dopo la notizia secondo la quale gli svizzeri sarebbero pronti a votare per un più onesto sistema bancario a riserva frazionaria pari al 100% (leggi qui), adesso i cittadini elvetici, votando a favore dell’iniziativa “Salvate l’oro della Svizzera” sanciranno una modifica della propria carta costituzionale, così come riportato in questo documento.

Vincolando la banca centrale elvetica obbligandola a detenere oro secondo le condizioni su riportate, essa sarà costretta per legge a svolgere la propria attività con la copertura minima prevista in termini di un bene reale come l’oro (la moneta merce per eccellenza, da sempre e da tutti accettata come mezzo di scambio, la cui funzione nel mercato è attualmente neutralizzata da leggi criminali che impongono solo l’uso di banconote di carta emessa - o semplicemente riconosciuta - dai governi senza copertura reale).

La banca centrale sarà obbligata ad avere una quantità minima di un bene come l'oro il quale, storicamente, ha sempre avuto un valore indiscutibile, contrariamente a quanto si possa dire invece circa l’elevatissima concentrazione di cartastraccia di cui oggi è costituito il bilancio di una banca centrale come quella svizzera.

Quindi, la banca centrale elvetica potrebbe non più emettere denaro in maniera illimitata, così da causere con maggiore difficoltà i disastrosi cicli economici, oggi sempre più frequenti e destabilizzanti. L’oro, in natura, è presente in maniera limitata e, grazie all’obbligo di detenerne almeno il 20% dei suoi attivi, esso potrebbe diventare un naturale deterrente alla svalutazione del denaro, alla svalutazione dei risparmi dei cittadini operosi e all’aumento del costo della vita. Ciò sfavorirà le attività politiche e bancarie che mirano a falsare i conti pubblici e ad arricchire solo gli amici di partito, le quali vengono notoriamente spacciate come se fossero azioni per il bene dell’intera economia del paese e che in realtà non lo sono affatto.

Certo è che imporre un riacquisto massiccio di oro, quando il suo prezzo sarebbe considerato non conveniente, potrebbe far rivelare l’operazione estremamente onerosa. Ma, probabilmente, sarebbe più oneroso subire le conseguenze del non farlo, ora che siamo ben lontani dai prezzi massimi storici. E’ vero anche che, a fronte di una svalutazione competitiva fra le banche centrali degli altri paesi, le condizioni volute da questa iniziativa popolare non permetterebbero alla banca centrale elvetica di concorrere altrettanto, al fine di neutralizzare i cambi sfavorevoli per la valuta svizzera. Ma ciò è solo una presa di posizione di parte delle industrie esportatrici, le quali sono desiderose di essere sostenute dallo stato anziché dalle proprie capacità di capitalizzazione. Se da un lato le aziende esportatrici subiscono il cambio divenuto sfavorevole per via della svalutazione delle valute concorrenti, ciò lo sarà solo nel breve periodo. Dall’altro lato, nel lungo periodo, se le aziende esportatrici godono di una buona capitalizzazione, gioveranno della conseguente diminuzione dei costi interni di produzione, che permetterà di fissare prezzi di vendita all’estero più convenienti rispetto alla concorrenza internazionale e più sostenibili rispetto ad essa, la quale, invece, subirà gli effetti nefasti di lungo periodo della guerra valutaria precedentemente condotta.

Tramite il voto, i cittadini della Svizzera possono direttamente occuparsi di decisioni così importanti per l’organizzazione della propria società. In Italia, vuoi per ignoranza diffusa, vuoi per una disonestà altrettanto diffusa, tramite il voto puoi solo legittimare qualcuno a farti derubare.


Postato il 10/07/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

pescesalta.jpg

La scorsa settimana il 50,5% dei cittadini chiamati alle urne per il secondo turno delle elezioni dei sindaci dei comuni italiani non ha votato (nel comune di Bari non ha votato il 63,85% dei baresi - perché al mare o allo stadio dove la squadra di calcio cittadina si giocava l'accesso in serie A). Stanno aumentando gli italiani i quali hanno compreso che ogni schieramento di partito protagonista della sciagurata politica nostrana è un covo di farabutti o incapaci e, probabilmente, stanno anche comprendendo che, oggi, partecipare alle elezioni (a prescindere da chi si vota) significa soprattutto contribuire all'unico meccanismo giuridico che legalizza la delinquenza e l'idiozia a governare in Italia.

Durante queste elezioni 2014, lo devo ammettere, mi sono divertito tantissimo a provocare gli italiani in rete circa il fenomeno dell'astensionismo dal voto. I miei post in merito, pubblicati sul blog e sui social network, sono stati seguitissimi (vi ringrazio), a volte sono stati disprezzati a volte molto quotati e compresi: il bello della libertà di opinione!

Ma fra le tante frasi fatte e qualunquiste sprecate, le quali condannano chi non vota e per cui non mi interessa esprimermi oltre ciò che ho già avuto modo di disquisire, solo un lettore in particolare ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere. Egli ha scritto: "[…] sarebbe il caso di dare un senso al partito degli astensionisti, visto che è il primo partito in Italia […]".

Probabilmente, secondo questo commentatore, il senso da dare alla dilagante diserzione dalle urne sarebbe un senso politico. Io invece colgo questa occasione per provare a proporre, non un senso politico (la soluzione a questa Italia non è politica, è invece dapprima individuale e culturale), ma a considerare quelle che dovrebbero essere le condizioni ideali da pretendere affinché l'astensionismo dal voto possa aver un senso.

Allora immaginate una società in cui il singolo cittadino abbia la possibilità di scegliere se servirsi dei servizi pubblici oppure no e, di conseguenza a tale scelta, che il cittadino sia libero di contribuire oppure no allo stato che offre tali servizi. Chi non contribuisce al finanziamento dei servizi di stato non avrebbe né il diritto al voto né il diritto ad usufruire dei vantaggi dei servizi di stato (laddove ce ne fossero).

Lo so, qualcuno di voi lettori avrà già storto il naso. Ma vi assicuro che, per quanto estrema possa essere questa idea (e non lo è nemmeno così tanto rispetto a come io la pensi veramente), essa non è assolutamente campata in aria. Se avete la pazienza di seguirmi, vi illustro il perché.

Per proporre una condizione in cui il cittadino sia libero di scegliere se contribuire o meno ai servizi pubblici io faccio riferimento all'osservanza di un principio naturale che ritengo basilare per il rispetto della dignità dell'essere umano, a cui ogni stato, governo o costituzione, attualmente, non è mai soggetto, ma che invece dovrebbe rispettare e considerare sopra ogni cosa:

"niente e nessuno può violare l'altrui diritto di disporre del proprio corpo e dei propri beni"

Esso è un principio molto semplice che, in assenza del quale (o in presenza di inopportune deroghe), giustizia e pace fra gli individui sono in continua violazione.

Possiamo estrapolare da questo principio primario il seguente corollario:

"niente e nessuno può agire contrariamente alla volontà di un altro individuo circa la sua proprietà"

Ciò cosa significa? Nel nostro caso significa semplicemente che, se riconoscete come veri e sacrosanti i principi di cui sopra, dovrete riconoscere come vero e sacrosanto anche il fatto che ogni imposizione fiscale perpetuata dallo stato sui redditi di proprietà di una persona, se contraria alla volontà di quest'ultima, ha sempre violato il principio e il corollario su enunciati, dai quali invece si deduce che nessuno (nemmeno uno stato) può disporre dei redditi di proprietà altrui (ad esempio, attraverso l'imposizione delle imposte e contributi sui redditi di proprietà delle persone).

Ebbene, affinché tali enunciati non siano violati e la dignità dell'individuo sia rispettata, si dovrebbero lasciare liberi i cittadini di non aderire allo stato per cui essi sono in disaccordo e non dovrebbe essere riconosciuto allo stato il potere di obbligare il cittadino all'adempimento fiscale senza prescindere dalla volontà di quest'ultimo. Quindi, costoro, in quanto contrari allo stato e ai servizi da esso erogati, non dovrebbero essere minacciati di pagare le tasse per finanziare i servizi pubblici non graditi, altrimenti i principi di cui sopra verrebbero scalfiti.

Quali sarebbero le conseguenze di una simile condizione?

Innanzitutto, in un simile contesto, i cittadini si potrebbero ritenere veramente liberi di poter destinare tutti i propri averi (e non solo una parte di essi) ad attività ritenute solo da essi più efficienti e necessarie, senza che qualcuno abbia il diritto di estorcergliene una parte contro la propria volontà, o che gli detti come destinarli.

In secondo luogo, i cittadini i quali decidono liberamente di non contribuire alle spese per i servizi pubblici ad essi non graditi, dovrebbero vedersi esclusi, non tanto dalla possibilità di usufruire dei servizi pubblici in sé, quanto dalla possibilità di usufruirne ai probabili più convenienti prezzi pubblici, i quali invece sarebbero riservati soltanto a chi è regolare contribuente dello stato. Chi non contribuisce alle spese pubbliche avrebbe comunque la possibilità di usufruire dei servizi pubblici ma, per essi, solo ai prezzi di mercato.

Contestualmente, sarebbe doveroso pretendere che i mercati relativi ai servizi offerti dalla pubblica amministrazione siano liberalizzati, nel senso che si dia la possibilità di erogare gli stessi servizi offerti dallo stato anche ad enti privati, senza che vi sia alcuna concessione di privilegi ad una categoria piuttosto che ad un'altra, senza che vi sia possibilità alcuna di costituire in questi mercati monopoli legali (quelli stabiliti per legge dallo stato).

Sarebbe di fondamentale importanza assicurarsi che lo stato eroghi i suoi servizi pubblici in perfetta concorrenza con quelli erogati dai privati, affinché i servizi siano messi in continua discussione e vengano continuamente migliorati. In libera concorrenza, i prezzi di mercato sarebbero liberi di allinearsi con le reali disponibilità economiche di coloro che si rivolgono agli operatori privati anziché a quelli pubblici. A tale scopo, lo svolgimento delle attività degli operatori privati di questi servizi non dovrebbe essere mai condizionata dal rilascio di abilitazioni da parte dello stato (se si lasciasse questo potere allo stato, ci sarebbe un conflitto di interessi da parte di quest'ultimo, per cui esso avrebbe la possibilità legale a suo favore - esclusiva rispetto al resto della concorrenza - di mettere il bastone fra le ruote al settore privato concorrente e impedire che quest'ultimo si sviluppi liberamente).

Tutto ciò per dare la possibilità di usufruire dei servizi necessari alla propria vita, non solo a coloro che decidono liberamente di contribuire allo stato e ai suoi servizi, ma anche a coloro che, altrettanto liberamente, decidono di non contribuirvi e di rivolgersi privatamente.

Un'ultima conseguenza degna di considerazione è che, in un regime in cui uno stato non posa pretendere imposte e contributi dai cittadini a prescindere dalla loro volontà, questo stato sarebbe costretto a rendere sempre appetibili, concorrenziali ed efficienti i propri servizi, affinché gli si riconosca un gettito fiscale dai cittadini. Inoltre, la sua funzione istituzionale nella società si ridurrebbe, rispetto a quella che noi oggi conosciamo, a quella di garantire il minor interventismo statale nelle vite dei cittadini, per dedicarsi alla più utile attività di scoperta delle consuetudini rispettate spontaneamente dalla società, così da renderle parte delle norme di diritto e di difenderle, il tutto al fine di rispettare la libertà degli individui e il principio naturale cardine su enunciato.

Ma veniamo alla mia risposta circa la questione che ha aperto il presente post: che senso dare al non voto?

In condizioni come quelle poc'anzi descritte, a coloro che non contribuiscono al finanziamento dei pubblici servizi, regolarmente e alle condizioni dello stato, non dovrebbe essere consentito il diritto al voto, in quanto essi andrebbero considerati rinunciatari (per propria volontà) al sostegno della pubblica attività. È una condizione, questa, rispettosa soprattutto nei confronti di coloro che vogliono e sostengono lo stato, ed è logica e accettabile per chi, in disaccordo con uno stato per cui non ha interesse a finanziarne i servizi, dovrebbe essere tanto meno interessato a poterlo votare.

Quindi, libertà di mercato e la non obbligatorietà a contribuire alle spese pubbliche, come sopra intesi, sarebbero le condizioni ideali che darebbero un senso alla libertà di un cittadino a non partecipare alla votazione di uno stato con cui è in disaccordo. In altre parole, la libertà di mercato e la libertà di esprimere il proprio dissenso sono due condizioni che insieme, se poste correttamente in essere, danno un senso alla possibilità concessa ad un cittadino di negare l'esercizio del voto per uno stato non gradito.

Il post terminerebbe qui se non fosse per il fatto che, date le mie particolari doti di preveggenza, sono sicuro che più di qualcuno obietterà a quanto finora da me scritto, con argomentazioni idiote alle quali rispondo di seguito, ancor prima che mi vengano poste. Al netto di ciò che segue, resto a disposizione, in sede di commenti a questo post, circa una discussione riguardante il come mettere in pratica tutto ciò di cui vi ho parlato.

Prima obiezione: "se a ognuno si concedesse la libertà di non pagare le tasse è ovvio che non le pagherebbe più nessuno"

Se nessuno pagasse più le tasse, approfittando della libertà concessa a non pagarle, significherebbe che tutti considerano lo stato inutile e incapace di offrire efficientemente i servizi utili alla vita in una società rispetto al più efficiente settore privato e, per questo, non meritevole di continuare ad essere finanziato con i soldi sudati dai singoli cittadini, i quali, sottraendosi dal pagamento di imposte e contributi, si rifiutano di contribuire all'inefficienza pubblica. Grazie a questa possibilità, quello stato sarebbe giudicato inutile (o dannoso) e, laddove ci fosse una necessità spasmodica ad avere per forza uno stato, in questo modo si manderebbe a casa lo stato inefficiente e si stimolerebbe la formazione di un altro stato maggiormente a favore delle necessità dei cittadini, più velocemente di quanto non lo si possa fare attraverso cento, cinquecento, mille, diecimila consultazioni elettorali.

Seconda obiezione: "chi non desidera sottostare alle decisioni di uno stato con cui è in disaccordo, dovrebbe andarsene in un altro stato ad egli più favorevole, e non pretendere di rimanerci senza contribuire alle spese della collettività"

In una società libera, quella della fuga dallo stato non più gradito deve essere un'opzione concessa e mai ostacolata come oggi purtroppo avviene, perché osservante di un altro corollario (non oggetto di questo post): il diritto all'autodeterminazione degli individui. Se si avesse l'arguzia di organizzare un paese secondo il più civile modello istituzionale adottato dalla vicina Svizzera del quale, per ciò che interessa questo post, vi evidenzio la particolarità di esso nell'aver disegnato le proprie regioni (detti cantoni) ognuna con una propria sovranità fiscale, in concorrenza con quella delle altre, questo principio sarebbe efficacemente rispettato, perché una pluralità di sistemi fiscali presenti nello stesso territorio darebbe l'opportunità di scegliere con più facilità e meno onerosità il luogo più adiacente alle proprie esigenze e disponibilità.

In uno stato accentratore come l'Italia invece, lasciare il proprio paese, non significa trasferirsi da una regione all'altra, ma emigrare in paesi con culture completamente distanti a quelle di origine. Ma questa non è una soluzione per tutti praticabile, per svariate ragioni, non necessariamente economiche, ma soprattutto affettive, formative, lavorative, psicologiche, ecc.. Se una società vuole ritenersi libera, civile e rispettosa della dignità dell'individuo, allora deve anche concedere la possibilità di autodeterminazione a colui che ritiene di essere in grado di potersi servire da soggetti diversi da quelli pubblici (o da differenti soggetti pubblici). Dare a costui, come unica prospettiva, quella di abbandonare il luogo in cui risiedono le sue attività, i suoi affetti e i suoi patrimoni, è stupidamente sfavorevole per l'intero paese, perché ci si priva di una risorsa la quale, anche se ha deciso di non contribuire alle spese per il finanziamento dei servizi pubblici che non desidera usufruire, egli serve comunque la società svolgendo il suo mestiere, contribuisce comunque a far girare l'economia, può arricchire il territorio col suo talento e la sua sensibilità.

Terza obiezione: "secondo il tuo ragionamento, a chi non contribuisce alla spesa pubblica non dovrebbe essere consentito nemmeno il passaggio sulle strade pubbliche per cui egli non contribuisce alla loro manutenzione. Inoltre, come si escluderebbe costui da servizi pubblici come l'illuminazione pubblica visto che, non pagando le tasse utili per sostenere i costi collettivi dell'energia elettrica, egli non ne avrebbe diritto?"

Come già detto, colui che rinuncia ai servizi pubblici e che, secondo le condizioni ipotizzate nel post, può non contribuire alle spese pubbliche, costituisce comunque una risorsa per la società. Ad uno stato non converrebbe impedire a costui la circolazione sulle strade pubbliche, o il godimento dell'illuminazione pubblica perché, così facendo, lo stato ostacolerebbe l'esperienza di vita di costui all'interno della società e rinuncerebbe all'occasione di far incrementare i redditi di coloro i quali hanno deciso di contribuire alle spese pubbliche. Infatti, non consentire a chi ha deciso di non contribuire alle spese pubbliche di percorrere le strade pubbliche (e di godere dei servizi annessi) ostacolerebbe l'interazione di egli con la società, a favore di quest'ultima. Di conseguenza, la società non approfitterebbe, per esempio, delle occasioni di spesa che costui farebbe nei negozi e nelle svariate realtà economiche della società, cosa che contribuisce alla formazione del reddito dei suoi componenti i quali, contrariamente a costui, hanno invece deciso di contribuire alle spese pubbliche, e su cui lo stato potrebbe calcolare maggiori imposte e contributi, che costituirebbero, a loro volta, maggiore gettito fiscale.

Per intenderci, è come se per le vie comuni di un grande centro commerciale, il gestore non consentisse alla gente di percorrere le sue vie illuminate e attrezzate perché essa non contribuisce direttamente alle spese di manutenzione (riservandole solo ai negozianti che pagano il fitto per esercitare la loro attività commerciale nei lotti del centro commerciale): così facendo, il gestore non consentirebbe ai negozianti di ricevere comodamente la clientela, grazie alla quale essi possono produrre un reddito e con esso riuscire a pagare il fitto. Se così fosse, il gestore non farebbe il proprio interesse.

Attenzione: se coloro i quali abbiano deciso di non contribuire alle spese pubbliche, possedessero una proprietà nel territorio in cui abbia giurisdizione lo stato con cui essi sono in disaccordo, questi non sarebbero dei semplici locatari (come invece lo sarebbero i negozianti del centro commerciale di prima), essi sarebbero dei proprietari a tutti gli effetti. E come tali, il rapporto fra essi e lo stato non sarebbe da considerare come quello fra locatari e affittuario, fra contribuenti ed esattore, fra servi e padrone, bensì come quello fra proprietari di cose distinte. In considerazione di ciò, il regolamento dei rapporti fra essi e lo stato dovrebbe essere demandato alla libera contrattazione fra le parti: lo stato come proprietario delle strade pubbliche, coloro che non contribuiscono alle spese pubbliche come proprietari della loro abitazione o dei locali in cui esercitano un'attività.

Buona riflessione.


Postato il 17/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Politica

taglio,jpg

Era prevedile e non ho mai perso l'occasione di dire che i banchieri centrali non sanno fare altro che svalutare il denaro in tasca ai cittadini.

La BCE taglia il tasso ufficiale di interesse da 0,25% a 0,15%. Questo cosa significa? Significa che per le banche commerciali il costo del denaro ricevuto in prestito dalla BCE costerà ancora meno (quasi regalato). E in coerenza con la spiegazione data dal governatore, secondo cui il maggior incentivo dovrebbe stimolare le banche a riprendere la concessione del credito alle imprese, si taglia anche il tasso di interesse sui depositi presso la stessa BCE, portandolo a valori negativi, ovvero a -0,10% (prima volta nella storia dell'euro). Questo cosa significa? Significa che per le banche, le quali hanno un conto corrente presso la banca centrale europea, i loro depositi saranno onerosi anziché remunerativi. Esse lo riceveranno in prestito a buon mercato dalla BCE (allo 0,15% di interesse) e, anziché tenerlo depositato presso quest'ultima e pagarci su lo 0,10% di interesse, lo investiranno, non in concessione di mutui, bensì in obbligazioni e titoli di stato. In obbligazioni perché, per lo meno esse rendono tassi positivi (e non negativi come un deposito presso la BCE) e costituiscono crediti privilegiati rispetto a ciò che rappresenta un mutuo concesso ad un cliente che sguazza nella triste realtà economica, in titoli di stato perché il governatore della BCE è sempre pronto a mitigare ogni pericolo di default dei debiti sovrani.

Quindi assisteremo ad un farlocco incremento degli indici di borsa (ovviamente!) e ad un indebolimento dell'euro rispetto al dollaro, ad un possibile incremento delle esportazioni europee. Nell'economia reale invece, assisteremo ad una ripresa dell'inflazione e incremento del costo della vita, certamente a causa delle importazioni che diverranno più onerose e che determineranno un incremento dei costi di produzione, probabilmente anche a causa dell'incremento del denaro in circolazione, emesso dalla BCE in occasione dell'operazione SMP, per cui ha annunciato che ne interromperà il piano di riassorbimento e che quindi rischieranno di tracimare nell'economia reale e di contribuire all'aumento dei prezzi.

La tragedia dell'euro che si sta consumando, oggi vede da un lato gli interessi di governi e banca centrale a stimolare maggiore spesa pubblica (e quindi maggiore debito pubblico per gli stati europei), dall'altro lato è in corso il più grande piano della storia di rientro del debito privato, a cui sono interessate tutte le banche commerciali d'Europa esposte nell’economia reale e quella finanziaria, le quali non hanno interesse a prestare denaro.

In mezzo a questi due interessi contrapposti vi è quello dei risparmiatori. Non gli interessi dei contribuenti tartassati; da essi non c'è quasi più nulla da spremere; i governi potranno tassare di più una categoria piuttosto che un'altra, ma disporre una maggiore pressione fiscale generalizzata sarebbe come ordinare di consegnare la proprietà dei privati direttamente allo stato (chissà! meglio non pensarci per ora).

Oggi sono i risparmiatori quelli nel mirino dell'aggressione da parte di banche e governi. I risparmiatori sono coloro che possono determinare gli investimenti sani per una ripresa economica sostenibile. I risparmiatori sono coloro che negli anni hanno assunto un comportamento virtuoso risparmiando parte dei loro redditi per destinarli agli investimenti. Sono questi coloro che pagheranno il rientro del debito privato voluto dalle banche, l'aggressione dei loro risparmi consentirà alle banche di coprire i buchi nei loro bilanci, ai governi di continuare ad indebitare i cittadini e a concentrare i capitali in mano a pochi. Sembra tutto già deciso.


Postato il 06/06/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

pil.jpg

Siamo ridotti alle pezze! Per far risultare (sulla carta) un incremento del PIL a tutti i governi europei, l'Unione Europea ha deciso che nel calcolo rientreranno per legge anche le attività illegali: traffico di sostanze stupefacenti, servizi della prostituzione e attività di contrabbando (leggi gui il comunicato ISTAT).

Quindi, se dall'oggi al domani, vedrete il dato del PIL magicamente aumentare, quello della pressione fiscale improvvisamente ridursi, il rapporto debito pubblico/PIL addirittura diminuire e politici che, con la faccia tosta, andranno a vantarsi di tutto ciò, aspettate a rallegrarvi. Ciò sarà vero solo sulla carta.

Ora, essendo le attività illegali fuori da ogni attendibile rilevazione (proprio perché illegali), mi spiegate, di grazia, come diamine faranno questi burocrati da strapazzo a considerare nel calcolo del PIL, con una sufficiente attendibilità, anche il consumo per droghe, prostitute e contrabbando? Se lo inventeranno! E così essi avranno un altro elemento per falsare ancora di più il buffo parametro di riferimento che i politici usano per giustificare le loro malefatte (il PIL, appunto), così da venirci a raccontare che le cose starebbero andando meglio.

Ma attenzione! È immediato immaginare che, considerato che le attività illegali contribuiranno alla crescita del PIL, i governi avranno meno interesse ad ostacolare la delinquenza. Non trovate?

Lo so cari italiani, è vergognoso che nessun politico si opponga. Ma questi personaggi li avete votati voi!

Il dato del PIL è una stima grossolana (di discutibile attendibilità) delle spese effettuate in un determinato paese, circa il consumo di un paniere di beni e servizi, ritenuti arbitrariamente rappresentativo (?). Il PIL viene spacciato come se fosse il reddito di un determinato paese, invece esso è soltanto una sommatoria di tre fondamentali categorie di spese, infatti esso si calcola così:

PIL=C+G+I+(E-I)

dove C sono i consumi delle famiglie, G sono le spese della pubblica amministrazione, I sono gli investimenti privati e E-I è la differenza fra le esportazioni e le importazioni.

Il PIL non è una differenza fra costi e ricavi da cui si rileva una presunta variazione di ricchezza, esso è una sommatoria che rileva una presunta variazione dei consumi di una nazione. I maghi di corte, oggi detti economisti, vi dicono che se aumenta il PIL, ciò sarebbe positivo; praticamente vogliono far credere che un aumento delle spese sia una cosa buona. Ve la immaginate l'esplosione di gioia di un padre di famiglia, il quale si spezza la schiena tutto il santo giorno, che apprende dalla propria moglie che le spese familiari sono aumentate? Sarebbe assurdo, vero? Allora riflettete. Un aumento del risparmio (del non consumato) è una cosa positiva, non un aumento delle spese (idiozie moderne perseguite ancora oggi da governicchi come questo, leggi qui).

In pratica, si crede veramente che a guidare l'economia di un paese non sia la produzione di ricchezza, ma il suo consumo (e poi ci si chiede come mai siamo sommersi dal debito!). Il dato del PIL descrive un mondo in cui beni e servizi vengono alla luce per la sola domanda di essi; il PIL ignora l'esistenza, o meno, delle condizioni (economiche e tecnologiche) necessarie perché ci sia un'offerta che soddisfi tale domanda, in maniera efficiente e sostenibile. Quindi il PIL non considera affatto tutte le fasi di produzione che precedono la realizzazione dei beni e dei servizi. Per questo esso non è rappresentativo della ricchezza di un paese.

Questa metodologia di determinazione del PIL suggerisce che i beni e i servizi nascano dal nulla e non per l'attività svolta dagli attori economici. Uno stato potrebbe iniziare a spendere per la costruzione di piramidi e obelischi in tutto il suo paese e il suo PIL aumenterebbe di conseguenza (per via delle maggiori spese sostenute per la loro realizzazione). Ma opere di questo tipo non farebbero di quel paese un territorio più ricco rispetto a prima, anche se così facendo si sia incrementato il valore del PIL. Secondo il ragionamento sottostante il calcolo del PIL, dunque, Nerone sarebbe da considerare un geniale imperatore, capace di trasformare in oro tutto ciò che bruciava perché, così facendo, determinava maggiore spesa pubblica per la ricostruzione. Su via!

Per questi motivi, il PIL non è un indicatore in grado di dirci se la produzione di beni e servizi di un certo paese sia il riflesso di una reale variazione di ricchezza di quel paese. E se in esso si andassero a sommare anche le spese per beni e servizi illegali, aumenterebbe la discutibilità di questo indice statistico.

Ma vi dirò di più, l'idea stessa di attribuire ad una nazione un certo reddito aggregato è già di per sé un ragionamento senza un senso. Produce reddito chi ne può disporre direttamente: un imprenditore, soci e amministratori di un'impresa. Pensare di cumulare il valore della produzione realizzata in una nazione e dire che il risultato sarebbe il reddito totale da attribuire ad essa è un approccio infantile alla materia economica, perché valutare una fornitura di prodotti per un certo ammontare di euro, significa che l'imprenditore può scambiare quei prodotti con denaro di pari valore; ma una nazione ciò non lo può fare, perché essa non vanta un diritto di proprietà su quella fornitura. Quindi, che senso ha attribuire un reddito ad una nazione?

Nella metodologia di determinazione del PIL si commette un altro errore. Si somma il valore di beni e servizi aventi natura diversa fra loro e, quindi, unità di misura differenti. Si fa un gran calderone mettendo assieme mele con pentole, bevande con automobili, magliette con carne di maiale. Capite che non c'è alcun rigore scientifico nel calcolo di questo indicatore. Figuriamoci se lo acquisisse aggiungendo in esso elementi di calcolo non obiettivi come le spese per le attività illegali!

Quando i politici ci allarmano che il PIL sta diminuendo, essi si basano su un parametro che significa poco quanto nulla, se non solo che le nostre spese starebbero diminuendo. Ma ciò senza che l'indice ci possa svelare il perché di tale variazione. In casi come questo, i politici alludono al fatto che se i consumi sono diminuiti, ciò significherebbe una minore ricchezza dei cittadini; ma non è detto che ciò dipenda immediatamente da una diminuzione del reddito delle persone. Potrebbe dipendere da un eccesso dell'offerta presente sul mercato, oppure, come spesso accade, da una  minore emissione di banconote in circolazione, da una opprimente pressione fiscale, tutti motivi che non c'entrano nulla con il reddito dei cittadini o la insufficiente capacità della produzione di soddisfare i desideri degli individui.

I politici usano il dato del PIL, spacciandolo per un dato indicativo della ricchezza del paese, per convincerci che sarebbe necessario un loro intervento nell'economia reale del paese, senza però che ce ne sia veramente la necessità. Questo è il caso di quando la gente non consuma e che quindi non contribuisce alla crescita del PIL. Per i politici quella è l'occasione per giustificare l'incremento della spesa pubblica, fatta con i soldi dei cittadini, che spesso determina maggiore debito pubblico e che permette le attività clientelari utili per le loro prossime elezioni. Insomma, essendo quello del consumo uno dei parametri economici che la politica può controllare con maggiore successo, inventandosi l'importanza del PIL, i governi riescono a dare un senso ad essi stessi nella società, i quali agiscono attraverso la tassazione, l'emissione monetaria, la burocrazia, ecc., senza che ce ne sia veramente un bisogno esistenziale.

Grazie allo scorretto uso del PIL, i politici dispongono della giustificazione matematica all'incremento della spesa pubblica e dei finanziamenti a pioggia che determinano un incremento delle tasse, dell'aumento delle banconote in circolazione che provoca l'inflazione dei prezzi e le bolle economiche, del sostegno alle esportazioni a dispetto delle importazioni che per l'Italia si traduce in un incremento dei costi di produzione e dell'energia, ecc.. Ma questi interventi non faranno di quel paese un paese più ricco, bensì stimoleranno inopportunamente un incremento forsennato dei consumi nel breve periodo, e quindi un incremento del costo della vita che però permane anche nel lungo periodo, il PIL registrerà un incremento delle spese, nel breve periodo perché esse sono state stimolate dall'incremento della spesa pubblica, nel lungo periodo solo perché, come risposta a ciò, saranno aumentati irreparabilmente i prezzi di mercato e non perché sarebbero aumentati realmente i consumi o la produzione. Tenetelo sempre a mente: è il risparmio che alimenta gli investimenti, i quali a loro volta producono maggiore ricchezza, non il consumo. E il PIL non dimostra il contrario.

Il PIL va preso per quello che è, ovvero una stima delle spese di un paese, senza commettere l'errore di considerarlo come un presunto indicatore della ricchezza di esso. Perché non è così, neanche considerando le spese per droghe e prostitute.


Postato il 28/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

monetine,jpg

La notizia passa come se fosse una di gossip, invece essa costituisce un segnale economico e politico da non trascurare: alla camera è passata la mozione secondo la quale l'Italia deve sospendere la coniazione delle monetine da 1 e 2 centesimi di euro, a causa della loro maggiore onerosità di realizzazione rispetto al valore che esse rappresentano (per coniare 174 milioni di euro in monetine da 1 e 2 centesimi bisogna spenderne 362 milioni). Facciamo alcune considerazioni.

Se coniare le due frazioni più piccole di euro è diventato più oneroso del valore da esse rappresentate, significa che dal 2002 (anno di messa in circolazione dell'euro) ad oggi il potere d'acquisto dell'euro è diminuito, ossia, ciò che dieci anni fa si poteva acquistare con 10.000 euro, oggi questi non bastano più per poterlo acquistare. Per questo motivo il costo di produzione delle monetine ha superato il loro valore nominale che esse rappresentano. Infatti, guardate come si è ridotto mediamente il valore dell'euro in 11 anni, rispetto ai prezzi dei beni di consumo:

In pratica, ciò che prima si poteva acquistare con 10.000 euro, oggi, quella stessa cosa, la si deve pagare 2.500 euro in più. Ciò perché in 11 anni di euro, il sistema bancario europeo, anche se molto lentamente rispetto ad altre economie del mondo, ha emesso unità di euro sempre maggiori rispetto al reale incremento della ricchezza degli europei, determinando così la svalutazione dell'euro su rappresentata e la conseguente inflazione dei prezzi dei beni di consumo. Non confondetevi: la deflazione europea di cui si parla in questi mesi si riferisce al fatto che negli ultimi anni, come non mai, la BCE, tenendo a freno la stampante monetaria e sostenendo così il valore dell'euro, sta determinando un aumento dei prezzi di mercato di una intensità minore rispetto agli anni prima; ma ciò non significa che durante gli anni di vita dell'euro, il denaro circolante non sia stato aumentato e che, di conseguenza, i prezzi non siano aumentati affatto; inoltre, se l'euro vale sempre di più rispetto al dollaro, ciò avviene semplicemente perché sono gli americani a svalutare il loro dollaro e non perché sarebbe la valuta europea ad apprezzarsi sul dollaro. In Italia, la diminuzione del potere di acquisto dell'euro è accentuata anche dal progressivo incremento della pressione fiscale, che distorce i costi della linea di produzione delle imprese, i quali sono notevolmente aumentati negli anni dell'euro.

Quando esisteva la Lira, il processo di svalutazione (ossia la massiccia stampa di denaro attuata dalla Banca d'Italia) rese necessario l'annullamento della coniazione, non solo delle frazioni di lire, ma anche di quella di ben 49 unità di lire: tant'è vero che si arrivò a poter tenere in tasca lire a partire da 50 unità in su (le famose 50 lire di metallo), mentre unità di lire e frazioni di essa inferiori a 50 lire non circolavano più, perché ormai erano considerate senza valore.

Con l'euro, si sta iniziando con 1 e 2 centesimi. Sta accadendo in Italia ed è già accaduto in Finlandia e nei Paesi Bassi, dove ne hanno bloccato il conio e addirittura l'utilizzo. Nel resto d'Europa invece, per ora essi continueranno ad essere coniati ed utilizzati, ma la BCE starebbe valutando la soppressione delle due frazioni di euro in tutta l'euro zona.

Ritengo che la loro soppressione in tutta eurolandia contribuirà minimamente ad un ulteriore aumento del costo della vita, perché queste monetine, dagli europei, sono già considerate quasi senza valore. La sospensione dell'uso delle monete da 1 e 2 centesimi non sarà la causa di una ulteriore inflazione, bensì essa sarà la conseguenza di un'inflazione che è già avvenuta.

L’inflazione monetaria che ha determinato questa svalutazione si è già verificata (vedi il grafico di sopra), determinando un costo della vita che è già aumentato, con prezzi di mercato i quali si sono già inflazionati e che si sono regolati al rialzo, ovvero partendo  dal valore della prima frazione di euro in circolazione, considerata ancora con un minimo di valore, ovvero a quello dei 5 centesimi di euro.

Un eventuale ritiro generalizzato delle monetine da 1 e 2 centesimi, probabilmente, non farebbe altro che confermare i segni di cedimento di quell’ultima caratteristica che dà ancora credibilità a questa controversa valuta, ossia la migliore capacità di mantenere stabile il suo valore nel tempo.


Postato il 12/05/2014 da Pasquale Marinelli nella categoria Economia

<< Avanti 1 2 3 4 5 ... 26 27 28 Indietro >>

Content Management Powered by CuteNews
 

Ricerca avanzata

 

Micropost

vacanze.jpg

E' giunto il momento di un po' di relax e di godermi le ferie che sono ormai prossime. Come ogni anno, per tutto agosto le pubblicazioni sul blog saranno sospese. Esse riprenderanno a settembre. Devo scusarmi con i lettori se ultimamente la frequenza dei miei post sia decisamente calata, ma il mio lavoro assorbe più energie di quanto non lo faccia in altri periodi dell'anno. La situazione italiana non è migliorata: essa è sempre di più terra di confische fiscali e di legacci burocratici che rendono sconveniente ogni iniziativa economica e demoralizzante la ricerca di un nuovo lavoro. Quella globale è una situazione altrettanto preoccupante. Focolai di guerra si sono accesi in molte zone della terra: Siria, Ucraina e Libia. In Spagna, Scozia e Italia emergono sentimenti indipendentisti dai rispettivi stati centrali. L'Argentina invece ha scelto la strada per un nuovo default (eppure c'è chi diceva che essi, con la loro moneta sovrana avrebbero risolto i problemi; idioti!), il PIL degli USA è prossimo allo zero con un accresciuto debito pubblico (nonostante il mare di carta moneta stampata fino a qualche mese fa; babbei!). Il Giappone sta per osservare lo sgretolamento del suo esperimento di far ripartire l'economia a forza di stampa illimitata di denaro (nonostante ciò infatti, le esportazioni non salgono, il debito pubblico è alle stelle, mentre la popolazione ha smesso di risparmiare e invecchia sempre di più). I maggiori creditori esteri di questi sciagurati paesi (Italia inclusa) sono Russia e Cina, ovvero coloro che si possono permettere il lusso (proprio perché creditori) di mettersi di traverso rispetto alle scelte di politica internazionale di USA e di UE. Guarda caso, questi ultimi sono quelli che dipingono ipocritamente Russia e Cina come i lupi cattivi del mondo (cosa volete aspettarvi da una classe dirigente occidentale, che non sa fare altro che svalutare il proprio denaro, indebitare la propria popolazione e distruggere i risparmi di essa?). Dopo la crisi del 2008 il mondo occidentale non ha risolto i problemi economici che l'hanno generata, così come in questo blog vi ho più volte spiegato. Governi e banchieri hanno rimandato la risoluzione fino ad oggi, per cui il conto da pagare è ancora più salato di allora. E quando la mole di debiti pubblici e privati giunge al livello di insanabilità, così come lo è quello attuale, allora non c'è niente da fare, cari lettori, la questione si risolve o con un'innovazione tecnologica senza precedenti oppure con una nuova guerra. Immaginate voi quale delle due opzioni è più probabile. Lo so, è avvilente. Non vi nascondo che questa mia consapevolezza avvilisce le motivazioni che mi dovrebbero spingere a continuare a scrivere questo blog, nonostante io non voglia mollare a raccontare e testimoniare questo triste momento storico del mondo civilizzato in cui viviamo. Agosto potrebbe rivelarci qualche sorpresina; in caso di sorprese particolarmente importanti, non esiterò ad informarvi. Buone vacanze a tutti e arrivederci a settembre.



Postato il 30/07/2014 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





fogliobrucia.jpg

Buone notizie. Ricordate la ritenuta del 20% che le banche italiane avrebbero dovuto applicare sui bonifici dall’estero derivanti da redditi di natura finanziaria (leggi qui)? Il decreto legge n. 66/2014 elimina definitivamente questa gabella introdotta sprovvedutamente nel 2013. Riporto testualmente il comma 2 dell’art. 4 E' abrogato il comma 2 dell'articolo 4 del decreto-legge 28 giugno 1990, n. 167 convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1990, n. 227.” Considerato che l’Italia annega sempre di  più in quantità record di debito pubblico, è schiacciata sempre di più da un’incivile pressione fiscale, i cui cittadini lavoratori sono sempre meno e che essa sostiene un sistema bancario e politico sempre più profondamente corrotto, non è molto come provvedimento, bisogna ammetterlo! Però, ogni tanto, una buona notizia è sempre bene darla. E non dite che in questo blog si leggono sempre e solo cose negative.



Postato il 16/07/2014 | da Pasquale Marinelli | nella categoria Micropost.





 

Micropost precedenti



Ignoranza passata, ignoranza moderna

Svizzera: referendum Denaro Vero

Coloro che si astengono dal voto

Votare = Scommettere

 

 

Ultimi commenti

giuseppe [20/07/2014] scrive: se certi atteggiamenti non statuali delle banche tendono a sembrare rapine pechè non se ne occupa la procura esendo gli stessi devastanti per una società come la nosta (esperienze personali di maggior valore economico) Vai al post

antonio [23/06/2014] scrive: Grazie per la risposta e per gli esempi molto chiari.Continuerò a leggere i suoi post con molta atenzione!! Vai al post

pasquale [22/06/2014] scrive: 3. il CDA di una banca in dissesto, a fronte di un'opportunità di rifinanziamento, delibera un aumento di capitali che i piccoli risparmiatori possessori di azioni quotate in borsa della stessa banca non possono permettersi. Di conseguenza, essi sono costretti a vendere in massa le proprie azioni. Ciò determinerà un minor valore di mercato delle loro azioni per cui i risparmiatori saranno costretti a svenderle rispetto a quanto le hanno acquistate. Quindi, il costo del rifinanziamento viene pagato dai risparmiatori in termini di svalutazione dei propri risparmi.
4. I governi varano un piano di salvataggio di una banca in dissesto utilizzando soldi pubblici. Le coperture per tale piano vengono trovate attraverso una tassazione patrimoniale sui rendimenti dei possessori di titoli finanziari. I risparmiatori pagano il salvataggio della banca in termini di maggiore pressione fiscale
5. La banca in difficoltà economiche incrementa i costi dei servizi ai propri clienti, a fronte di nessuna aumento quantitativo o qualitativo della propria offerta. I risparmiatori pagano le difficoltà della banca in termini di un ingiustificato aumento del costo dei propri risparmi.
6. La banca in dissesto, sospende (oppure ostacola) la restituzione del denaro presente sui conti correnti. I risparmiatori pagano il dissesto della banca in termini di privazione della proprietà dei propri denari.

Questi sono i primi metodi che mi sono venuti in mente. Gli esempi sarebbero molti di più.. Vai al post

pasquale [22/06/2014] scrive: grazie antonio per la domanda. Ci sono vai modi per costringere i risparmiatori europei a pagare i debiti privati delle banche.
1. la BCE aumenta la quantità di euro in circolazione o diminuisce il tasso di interesse per coprire i buchi nei bilanci delle banche. Ciò determina un minore valore dell'euro rispetto ai beni reali che i risparmiatori percepiranno come aumento del costo della vita, per cui essi con i loro risparmi riescono a comprare meno rispetto a quanto potevano comprare in tempi precedenti. Quindi, per sistemare i bilanci delle banche, i risparmiatori pagano questa operazione in termini di minore potere d'acquisto dei propri risparmi.
2. la BCE abbassa il tasso ufficiale di interesse e, di conseguenza, il tasso di interesse dei futuri risparmi saranno anch'essi più bassi. I risparmiatori pagheranno in termini di minore convenienza a risparmiare. Vai al post

antonio [21/06/2014] scrive: Ho letto attentamente lo scritto che condivido,ma nell'ultima parte dove parla dell'aggressione al risparmio privato,non riesco a trovarne il collegamento con ilresto.Che il risparmio degli italiani faccia gola a molti lo sapevo e l'intuivo,ma come i risparmiatori possano essere costretti a pagare il rientro del debito privato dalle banche,non riesco a capirlo.Potrebbe essere più chiaro su questo punto,magarifacendo qualche esempio?Grazie.Attendo risposta chiarificatrice. Vai al post


Le battaglie del blog


Contante Libero


I portali del blog

botton02

Ultimi post inseriti:

Un misuratore di dolore
Che forma ha l'amore?
I nostri eroi

 

 

 

© 2008-2014 MarneviBlog 2.0 by Pasquale Marinelli - Tutti i diritti sono riservati | Designed by Pasquale Marinelli | Diffusione dei contenuti | Privacy |
loghi creati il 24/04/2011 | ® registrati il 06/06/2011 | pubblicati il 06/06/2011 | Autore: Pasquale Marinelli | © Titolare del copyright: Pasquale Marinelli | Limiti di utilizzo

facebook twitter google + rss